Il gruppo in orientamento: dai modelli di riferimento alle esperienze realizzate.

 

Marco Amendola, Andrea Laudadio, Rita Porcelli

 

 

In continuità con le riflessioni proposte nel capitolo dedicato ai significati e ai modelli teorici che definiscono l’attuale scenario dell’orientamento in una prospettiva maturativa, e come premessa al percorso “PensareilFuturo”, descritto più avanti nel volume, in questo capitolo l’attenzione è rivolta all’utilizzo del gruppo in orientamento.

La collocazione specifica di questo contributo ne definisce implicitamente le finalità: non tanto una rassegna di contributi relativi a questo tema, quanto piuttosto una riflessione che, a partire dalle esperienze di orientamento di gruppo rintracciabili nella pratica professionale e da alcune suggestioni presenti in letteratura, vuole ripercorrere le ragioni che hanno guidato il gruppo di lavoro nella messa a punto della pratica di orientamento presentata in questo volume. Peraltro anche nelle riflessioni più recenti (Salis; 2005) si riscontra una carenza di contributi intorno a questo tema.

Quando si parla di orientamento, occorre mantenere distinti almeno tre aspetti.

Un’area relativa ai contributi di ricerca, alle conoscenze maturate in ambito accademico (e non accademico), che fa pertanto riferimento alla disciplina che se ne occupa e che tipicamente è volta all’individuazione di modelli culturali di riferimento, alle dimensioni implicate nelle diverse definizioni di orientamento che fornisce la letteratura, alla messa a punto e validazione di strumenti per la pratica professionale e per la sperimentazione di pratiche.

Una seconda area, centrata sulla persona, dove per orientamento si intende più specificatamente il processo che si attiva nell’individuo, tipicamente in situazioni di transizione, che rappresentano per la persona delle situazioni di cambiamento o di incremento della complessità percepita rispetto a una situazione precedentemente sperimentata.

Un’area di intervento, infine, che si riferisce più propriamente all’azione professionale erogata da esperti e volta a favorire nel soggetto la possibilità di dominare cognitivamente ed emotivamente l’elemento novità e/o l’elemento complessità, legata in parte anche alla sua capacità di muoversi in maniera soddisfacente all’interno di questi elementi, cioè di sapersi orientare (Pombeni, 1996).

Nei paragrafi che seguono si vuole mantenere questa distinzione: da un lato saranno declinate alcune riflessioni proposte nel primo capitolo sui modelli culturali che sembrano guidare, oggi, la pratica professionale; dall’altro si vuole rispondere all’interrogativo “perché il gruppo in orientamento?” prendendo in prestito di volta in volta alcuni spunti tratti dalla letteratura specialistica che, a nostro avviso, potrebbero essere di interesse proprio per coloro che si trovano nella condizione di progettare e mettere a punto attività di orientamento pensate in modo originale e specifico per specifiche categorie di utenza.

 

 

 

2.1 Il gruppo in orientamento nella pratica professionale

 

Attualmente i contributi di ricerca sull’orientamento, così come le esperienze maturate nella pratica professionale, sono progressivamente più numerosi, al punto che ormai da tempo, e da più parti (Grimaldi, 2003b), viene sistematicamente invocata la necessità di un sistema orientamento in grado, prima ancora che di rispondere alle necessità dell’orientamento in relazione ad altri sistemi in una prospettiva temporale di sviluppo più ampia, di sistematizzare conoscenze ed esperienze pregresse.

Ci si potrebbe chiedere, data la gran quantità di contributi, fino a che punto sia la ricerca a “orientare” le pratiche di intervento professionale o, al contrario, se è proprio l’attività professionale a suggerire ipotesi di lavoro per la ricerca. Assumendo come reciproca la relazione tra ricerca e intervento, tanto in altri ambiti quanto relativamente all’orientamento (Ferraro, 2003), si è scelto di procedere da una riflessione sulle pratiche di intervento per poi individuare alcuni punti che, a nostro avviso, si prestano maggiormente per introdurre la pratica “PensareilFuturo”. Peraltro, al di là delle possibili ricostruzioni in chiave storica che possono essere prese in prestito per ripercorrere i modelli teorici di riferimento e gli approcci dell’orientamento dall’avvento della società industriale fino ad oggi[1], oggi sembra ancora possibile sostenere (Sarchielli, 1989) che “abbiamo a disposizione solo concetti, mini teorie, quasi modelli, nati in momenti diversi dello sviluppo delle discipline psicologiche e utilizzati soprattutto per dare supporto e legittimazione alle azioni concrete degli operatori”. In altri termini sembra più solida che in altri ambiti la relazione tra pratiche di intervento e teorie di riferimento a sostegno di queste, probabilmente in ragione del fatto che il più delle volte i modelli teorici di riferimento sono originati in contesti non specifici (Pombeni, 2001), laddove è proprio il contesto di riferimento a determinare la riuscita, la natura e l’efficacia degli interventi di orientamento come tentativo di risposta a una domanda differenziata.

Al tempo stesso, a fronte dello sviluppo esponenziale dell’orientamento negli ultimi anni, tra tutti gli attori che occupano l’area professionale di cui si parla, sono proprio gli operatori del settore a sottolineare con maggiore rilievo una profonda eterogeneità delle esperienze e, soprattutto, una sostanziale ambivalenza tra il patrimonio di conoscenze maturate in ambito formativo e l’esperienza sul campo (Grimaldi, 2003a).

In cerca di riferimenti utili a questo fine, centrati in primo luogo sulla pratica professionale, è possibile assumere come spunto di riflessione una recente rassegna ISFOL sulle buone pratiche di orientamento (Grimaldi, Avallone, 2005).

 

Dalla lettura delle “buone pratiche” di orientamento individuate sulla base di un precedente censimento di enti che su base nazionale si occupano di orientamento (Grimaldi, 2003a) emerge che solamente un terzo di queste prevedono l’utilizzo del gruppo in orientamento. Naturalmente questa considerazione non ha alcuna rilevanza statistica essendo la totalità delle pratiche non esaustiva né rappresentativa dell’universo di riferimento; tuttavia è possibile produrre alcune considerazioni sull’utilizzo del gruppo in orientamento sulla base di esempi tratti dalla rassegna citata.

 

Ad una prima lettura, le pratiche di orientamento di gruppo – cioè unicamente di gruppo – sono poco frequenti. Più spesso il gruppo sembra piuttosto circoscrivibile ad un momento preciso all’interno di un percorso di orientamento di natura sostanzialmente individuale, descritto tipicamente come “momento di gruppo” – appunto – o più propriamente laboratorio[2]. Il gruppo, visto in questa accezione, se da un lato si presta a conferma delle sue peculiarità – in chiusura del capitolo si tenterà di riassumere le ragioni a sostegno della scelta dell’utilizzo del gruppo in orientamento – dall’altro fa riferimento ad una prospettiva di orientamento dove la funzione consulenziale (Grimaldi, 2003) sembra ancorata ad una concezione di counselling orientativo, rispetto alla quale, come suggerisce Di Fabio (2005, in bilancio di competenze) in una puntuale ricostruzione su questo tema, una delle differenze principali tra attività di counselling e di orientamento consiste in una relazione di aiuto (in orientamento tipicamente relativa alla scelta in momenti di transizione) che se nel counselling è tipicamente di tipo “duale”, per le attività di consulenza specialistica per l’orientamento può esserlo in entrambe le forme: sia duale che gruppale.

Altre volte il gruppo, più che confinato ad un “momento” all’interno al percorso,  costituisce il centro della pratica, probabilmente in ragione del fatto che è funzionale al conseguimento di obiettivi specifici. A sostegno di questa affermazione riportiamo brevemente di seguito un breve riassunto relativamente a tre pratiche riportate nella rassegna Isfol che differiscono per target di utenza e obiettivi dichiarati, oltre che per diversa realtà regionale in cui sono state messe a punto e sviluppate, ma che tuttavia insistono sulla necessità di allestire un setting gruppale.

 

(a) “Foto dal Futuro” è una pratica di orientamento realizzata dall’agenzia formativa “PratiKa” di Arezzo che prevede l’attivazione, direttamente presso le scuole, di piccoli gruppi di studenti, nonché alcuni appuntamenti di gruppo allargato, al fine di sviluppare competenze di analisi e descrizione del sé, sviluppare una competenza progettuale, promuovere nei ragazzi una molteplicità di linguaggi – in particolare quello fotografico che dà il nome alla pratica – per la costruzione di un significato, favorire lo scambio, la socializzazione e la relazione tra gruppi. L’obiettivo generale della pratica è quello di favorire negli studenti il controllo della propria vita e delle proprie scelte al fine di progettare il proprio futuro. Da un lato l’utilizzo del gruppo è funzionale al raggiungimento di obiettivi dichiarati; dall’altro sembra difficile pensare ad una pratica di intervento che non utilizzi il gruppo-classe o, come nel caso specifico, il gruppo allargato, dato il contesto di riferimento.

 

(b) Un’altra pratica censita in rassegna è quella messa a punto nel 2001 da Orientamento Lavoro Veneto – Centro CORA – che per statuto ha adottato la pratica Retravailler specificamente pensata per un target femminile. Il percorso di orientamento è pensato per donne per la prima volta in cerca di lavoro o che esprimono l’intenzione di ricandidarsi nel mondo del lavoro dopo un periodo di tempo prolungato (“a figli cresciuti” è l’efficace espressione sinteticamente usata per definire il target di riferimento con maggiore precisione). Si tratta di un percorso di gruppo che, insieme alla finalità generale “Cora” di realizzare una azione positiva per le donne, si pone l’obiettivo di favorire un inserimento al lavoro efficace, cioè il più possibile duraturo e, in ragione di questo, prevede l’attivazione di gruppi omogenei di donne in modo da fornire risposte differenziate a specifiche domande di orientamento.

 

(c) Analoga per alcuni aspetti alla precedente pratica, soprattutto in riferimento al target, la pratica denominata “Chances comunicative, chances imprenditoriali e chances teconologiche” messa a punto e realizzata dalla cooperativa Orientainforma di Bari nel 2002, ha come obiettivo quello di promuovere l’attivazione e il coinvolgimento di donne sostanzialmente estranee al mercato del lavoro perché confinate sia relativamente al contesto geografico (quartiere di Bari Vecchia) che culturale (cioè a dire persone che vivono in una situazione culturale che non favorisce la propositività nel mercato del lavoro, anzi, che sostanzialmente la preclude). Il percorso è centrato sull’utilizzo del gruppo come occasione di stimolo per il riconoscimento delle proprie potenzialità e competenze, al fine di promuovere l’imprenditorialità proprio laddove questa propensione non è favorita dal contesto di riferimento.

 

 

Qualora un percorso di orientamento preveda l’utilizzo del setting gruppale si può sostenere che tale scelta sia sostenuta da ragioni di natura metodologico-teorico. Le pratiche descritte, a questo proposito, sembrano pensate specificatamente al fine di produrre un risultato che sia propriamente raggiungibile utilizzando il gruppo come setting privilegiato. In ciascuna delle tre pratiche, ma questa osservazione naturalmente è estendibile anche ad altre attività di orientamento, sembra evidente la relazione che sussiste tra metodologia messa in atto e obiettivi dichiarati: non solamente una condizione di setting specifica quanto, piuttosto, una metodologia appropriata nel tentativo di favorire obiettivi di apprendimento, basati sull’esperienza, rispetto al Sé, rispetto al proprio contesto, o più semplicemente obiettivi di attivazione. Naturalmente l’assunto di base è che quanto più l’obiettivo è centrato sulla conoscenza di sé in relazione al mondo del lavoro, rispetto alle scelte professionali, tanto più necessario sarà l’opportunità di prevedere un lavoro che utilizza il gruppo come prerequisito del confronto con gli altri.

Al tempo stesso si potrebbe essere tentati di pensare che la scelta del gruppo, oltre a rispondere ad un obiettivo specifico per il raggiungimento di specifici risultati, a volte sembra una condizione del contesto ineludibile; in altri termini si sceglierebbe il gruppo perché assumendo – ad esempio – come target di riferimento gli studenti, sarebbe difficile pensare ad una pratica di intervento diversa, che escluda la possibilità di coinvolgere il gruppo-classe come luogo privilegiato per favorire le dinamiche che si attivano tipicamente in contesti di questo genere, nonché favorire il confronto attivo tra i partecipanti. Non si tratta naturalmente di sostenere che l’utilizzo del gruppo costituisca una scelta di comodo (più utenti in una unica situazione professionale) ma, al contrario, un suggerimento di riflessione rispetto all’utilizzo del gruppo in orientamento: ci si potrebbe chiedere fino a che punto l’utilizzo del gruppo è sostenuto da ragioni metodologiche, cioè in che modo una azione professionale sia sostenuta da un modello teorico di riferimento o, piuttosto, da un pregresso di esperienze maturate in altri contesti anche extra nazionali oppure, al contrario, in che modo il gruppo venga utilizzato in ragione della necessità organizzativa di rispondere a obiettivi di produttività del servizio (Avallone, 2003).

Sempre assumendo a titolo di esempio come target di riferimento i giovani nel contesto scolastico, il gruppo viene utilizzato al fine di “intervenire sul disagio e sulle sue manifestazioni precoci, aiutare i ragazzi a capire come si crea e si gestisce una relazione con l’altro” [3].

Sulla base di queste considerazioni, data per scontata la coerenza tra obiettivi dell’intervento e utilizzo del gruppo in attività di orientamento, potrebbero essere ricondotte a tre le specificità di tale scelta: da una parte c’è un aspetto contestuale, cioè a dire la scelta del gruppo come inevitabile in un contesto specifico – quello scolastico, come già suggerito sopra – in cui sarebbe difficile pensare ad un intervento completamente centrato lungo la dimensione duale; in secondo luogo c’è l’utilizzo del gruppo perché, proprio nel gruppo, soprattutto se omogeneo, esistendo la possibilità di confrontarsi con altri soggetti in condizioni assimilabili alla propria, si rende possibile una ristrutturazione del proprio futuro con gli altri, anche semplicemente al fine di promuovere la consapevolezza di non essere isolati rispetto alla progettazione e messa a punto del proprio futuro/progetto professionale; infine il gruppo come luogo per la promozione di empowerment, intendendo con questo la possibilità di una emancipazione/sviluppo individuale e attivazione, che attraverso il gruppo tipicamente più facilmente si attiva (Piccardo, 1995).

Naturalmente, in analogia con la pratica di intervento presentata in questo volume, le riflessioni che vengono avanzate si riferiscono all’utilizzo del gruppo in orientamento limitatamente ad attività di consulenza specialistica (Grimaldi, 2003), escludendo pertanto utilizzi del gruppo di altro tipo come, ad esempio, attività di piccolo gruppo riconducibili più propriamente ad attività di tipo informativo o, comunque, di orientamento di primo livello. Peraltro, anche se a prima vista sembrerebbe un elemento di complicazione rispetto alla questione che viene posta, in una recente ricerca (Grimaldi, Laudadio, 2004) emerge come diversi professionisti che occupano l’area professionale dell’orientamento si definiscono “formatori”. A questo proposito è opportuno sottolineare che se le attività di orientamento di gruppo e quelle di formazione sono assimilabili per condizioni di setting, sono assai diverse per obiettivi: in altri termini una attività di orientamento in gruppo può essere intesa a carattere formativo solamente in termini di setting perché è la finalità, orientativa, a definirne la collocazione su un piano teorico.

 

 

2.2 Il gruppo in una moderna concezione di orientamento

 

Nel ricordare la distinzione tra orientamento come disciplina, come pratica di intervento e come processo che si attiva nella persona, le riflessioni più recenti in una prospettiva psicosociale insistono su un progressivo spostamento dell’unità di analisi dall’individuo all’individuo nel suo contesto in una prospettiva maturativa. Grimaldi (2005) propone in una recente pubblicazione una riformulazione del concetto di orientamento come: una consulenza di processo volta a facilitare la conoscenza di sè, delle proprie rappresentazioni sul contesto occupazionale, sociale, culturale ed economico di riferimento, sulle strategie messe in atto per relazionarsi ed intervenire  con tali realtà, al fine di favorire la maturazione e lo sviluppo delle competenze necessarie per poter definire autonomamente obiettivi personali e professionali aderenti al contesto, elaborare o rielaborare un progetto di vita e di sostenere le scelte relative”.

A nostro avviso tale spostamento – dall’individuo alla relazione – implica un significativo cambiamento relativamente alla pratica professionale soprattutto in ragione del fatto che l’unità di analisi, individuando come centrale la relazione che l’individuo intrattiene con il contesto di appartenenza, sembra suggerire proprio il gruppo come uno dei luoghi privilegiati per interventi di consulenza specialistica in orientamento. L’individuo, nel corso della sua esistenza, transita infatti da un gruppo all’altro, dai gruppi informali a quelli di tipo più formale; la qualità e quantità delle relazioni che vive in ognuna di queste esperienze determinano la ricchezza e la potenzialità della rete di ognuno e le personali condizioni di benessere. (Francescano, Tomai, Ghirelli, 2003).

A sostegno di questo, vediamo che la letteratura sui piccoli gruppi ha avuto negli ultimi decenni una sviluppo significativo spaziando in aree disciplinari anche molto diverse tra di loro: dalla psicologia sociale alla psicologia del lavoro, dall’antropologia alle scienze politiche, dalla psicanalisi alla psichiatria.

Brevemente, nella prospettiva psicosociale a cui ci si è ispirati nella messa a punto del percorso, il gruppo costituisce il luogo privilegiato dell’articolazione tra il mondo dei processi mentali e il mondo dei processi sociali, che non può trovare altro ancoraggio e interpretazione se non facendo riferimento all’impianto concettuale della psicologia sociale (Quaglino, Casagrande, Castellano, 1992)

. Pur nella consapevolezza che la definizione di gruppo richiama ad un ricco dibattito relativo alla centratura più sull’individuo in interazione con gli altri individui – approccio psicologico – rispetto alle definizioni in cui il focus è lo scambio sociale – approccio sociologico – crediamo sia necessario in questo contributo fare alcune precisazioni in relazione alla tipologia di gruppo a cui il percorso “PensareilFuturo” si riferisce.

In primo luogo riportiamo in forma estesa due definizioni di gruppo a cui tipicamente si fa riferimento nella letteratura specialistica.

 

Lewin (1951): “Il gruppo è qualcosa di più, o, per meglio dire, qualcosa di diverso dalla somma dei suoi membri: ha una struttura propria, fini peculiari, e relazioni particolari con altri gruppi. Quel che ne costituisce l’essenza non è la somiglianza o la dissomiglianza riscontrabile tra i suoi membri, bensì la loro interdipendenza. Esso può definirsi come una totalità dinamica.”

 

Bion (1961): “Ogni gruppo per quanto casuale, si riunisce per “fare” qualcosa; nell’esprimere questa attività le persone cooperano ognuna secondo le proprie capacità. Questa cooperazione è volontaria e si basa su un certo grado di abilità intellettuale del singolo. La partecipazione ad una attività di questo tipo è possibile solo a persone con anni di esercizio e che si siano sviluppate intellettualmente per la loro disponibilità ad apprendere dall’esperienza. Dal momento che questa attività è collegata ad un compito, essa è fondata sulla realtà, i suoi metodi sono razionali e pertanto, sia pure in forma embrionale, scientifici.”

 

Rispetto alle dimensioni, nella pratica presentata in questo volume si fa riferimento al piccolo gruppo che non sempre, come ricorda Pombeni (1996), raggiunge la dimensione ideale (da 8 a 15 soggetti) ma che tuttavia, come suggerisce Bales (1960), può essere inteso come tale “se ogni membro riceve da ognuno degli altri delle impressioni o percezioni, sufficientemente distinte per cui egli possa reagire a ognuno degli altri membri preso singolarmente”. Al di là della numerosità dei membri che lo compongono, l’utilizzo del gruppo, così come è stato proposto nel percorso, differisce significativamente dai gruppi di terapia e dai t-group: i primi, infatti, sono gruppi autocentranti in cui l’obiettivo primario è quello di modificare comportamenti che sono la causa del malessere delle persone che ne fanno parte; i t-group, diversamente dai primi, sono gruppi di addestramento che si pongono come principale obiettivo l’apprendimento dei soggetti.

Il riferimento ai gruppi terapeutici, rispetto ai quali naturalmente quello orientativo si differenzia per diverse ragioni, tra le quali sicuramente le finalità per le quali viene attivato, può essere tuttavia preso in prestito per un’altra questione. Tipicamente infatti, nella prospettiva psicodinamica che prevede un intervento utilizzando il gruppo, viene più volte proposta la distinzione tra analisi di gruppo e analisi in gruppo (Badolato G.; Di Iullo M.G; 1979; Gallizzoli E., Celia G.; 2005): sinteticamente[4] si può dire che relativamente alla prima, l’unità di riferimento è il gruppo (analisi di gruppo); relativamente alla seconda, l’unità di riferimento è il singolo, in presenza degli altri (analisi in gruppo). Tenendo ferma la distanza dal gruppo di natura terapeutica, ma volendo utilizzare questa distinzione per declinarla rispetto alla proposta di “PensareilFuturo” (anche se tale declinazione, con buona approssimazione, è estendibile anche all’utilizzo del gruppo in orientamento in generale), nella pratica che viene proposta ci si riferisce più propriamente ad un orientamento in gruppo: la tipologia del lavoro proposto, infatti, prevedendo la messa a punto di un progetto professionale individuale, seppur formulato e condiviso all’interno di un gruppo, è difficilmente pensabile in termini di gruppo – laddove l’unità di riferimento sarebbe il gruppo – ma più propriamente in gruppo – laddove i singoli hanno l’opportunità di sviluppare il proprio progetto professionale in gruppo, individualmente, a prescindere dagli altri.

Una ulteriore distinzione – gruppo di lavoro e lavoro di gruppo – viene in soccorso per meglio definire la metodologia proposta in “PensareilFuturo”.

Ricordiamo in sintesi questa distinzione (Quaglino, Casagrande, Castellano; 1992).

 

Gruppo: pluralità, in interazione, con un valore di legame, che ne determina l’emergenza psicologica.

 

 

Gruppo di lavoro: mentre un gruppo è una pluralità in interazione un gruppo di lavoro è una pluralità in integrazione. Nell’interazione un gruppo sviluppa un fenomeno definito coesione che corrisponde all’emergere delle uguaglianze, consentendo ai membri di riconoscere il gruppo stesso come proprio, permettendo di fissare legami, e orientando alla percezione dei vantaggi correlati all’aggregarsi di un collettivo. Nella costruzione di un gruppi di lavoro il passaggio successivo all’interazione è l’interdipendenza , cioè l’acquisizione della consapevolezza dei membri di dipendere gli uni dagli altri, con il relativo sviluppo della rappresentazione della rete di relazione con gli altri. L’interazione si fonda sulla percezione della presenza, l’interdipendenza sulla percezione della necessità reciproca. La prima porta alla fusione, la seconda porta allo scambio.

 

 

Il lavoro di gruppo è espressione dell’azione complessa propria del gruppo di lavoro. Il lavoro di gruppo comprende la pianificazione del compito, lo svolgimento del compito, la gestione delle relazioni: non è la semplice esecuzione di mandato organizzativo.

Accade spesso che i gruppi tendono a concentrarsi sull’esecuzione del compito, trascurando sia gli aspetti prospettici, di pianificazione, che gli aspetti profondi di gestione della relazione tra i membri e tra il gruppo e l’organizzazione. E’ molto comune che nei gruppi si assista allo svolgimento parallelo e contemporaneo di compiti individuali; ciascuno affronta il suo problema con gli strumenti concettuali dei quali dispone e trova la sua soluzione. Il lavoro di gruppo si riduce alla ricerca del consenso degli altri circa il punto di vista che si presume sia giusto, o a quello che fornisce la soluzione migliore.

 

 

Come suggerito da Pombeni (1996) il gruppo orientativo, rispetto alla distinzione proposta, si colloca lungo la seconda prospettiva – lavoro di gruppo – trattandosi specificatamente di un “gruppo centrato sul compito, dove i membri si ritrovano insieme per superare un compito orientativo, cioè una situazione critica connessa alla propria esperienza formativa e lavorativa”. Anche se gli obiettivi della pratica “PensareilFuturo”, come peraltro evocato nel titolo della pratica, hanno una connotazione sensibilmente diversa (più di attivazione rispetto al proprio futuro, nella consapevolezza che “pensare il futuro” costituisca la premessa per la messa a punto di un progetto professionale e/o personale), è possibile condividere tale posizione e pertanto intendere più propriamente la proposta come lavoro di gruppo piuttosto che gruppo di lavoro. In altri termini il gruppo, in questa accezione, più che una condizione di setting è inteso come metodologia di lavoro.

 

 

2.3 Perché il gruppo in orientamento?

 

Sulla base delle considerazioni fornite nei paragrafi precedenti è possibile fornire alcune risposte all’interrogativo iniziale. Perché il gruppo in orientamento?

 

(a) …perché il gruppo, in questa prospettiva, sembra funzionale al conseguimento di obiettivi che scaturiscono da una moderna concezione di orientamento, definita dalla prospettiva psicosociale, che si esprime nella necessità di conoscere e sperimentare se stessi, ciascuno nel proprio stile di intrattenere la relazione con il contesto. In questa veste il gruppo sarebbe il luogo privilegiato per favorire la conoscenza di sé in termini di atteggiamenti, stili di attribuzione causale, modalità di fronteggiamento della realtà (coping), e via dicendo.

 

(b) …perché nel gruppo, se si realizza un contesto non valutativo e adeguatamente protetto, gli individui hanno l’opportunità non solamente di accrescere la conoscenza di sé in relazione al proprio contesto, ma anche una occasione di appropriazione di nuove modalità di relazione con la realtà, innescando la premessa per un possibile cambiamento che può rivelarsi strategico nella traduzione in azione di un progetto personale e/o professionale.

 

(c) …perché in gruppo è possibile allestire un setting in cui l’individuo, in termini di azione professionale a lui rivolta, sia collocato sufficientemente vicino ad una prospettiva di intervento non direttivo, come evocato dalle metodologie che fanno riferimento a Rogers (1970) e, al tempo stesso, sufficientemente distante dal rischio di assumere una non direttività, in modo da porre le premesse per una scelta responsabile e attiva.

 

(d) …perché il gruppo si configura, pertanto, come luogo di conferma di sé ma anche di presa di distanza da un modello comportamentale che in un contesto nuovo, in una prospettiva “altra”, autorizza a muoversi nella propria realtà in maniera diversa.

 

(e) …perché il gruppo offre una occasione di valutazione rispetto a sé perché, offrendo un termine di confronto con gli altri, orienta, prima ancora che il soggetto, i parametri sui quali si fonda la propria valutazione; una valutazione ancorata alla realtà perché, maggiormente in un contesto gruppale piuttosto che duale, in gruppo gli altri non sono solamente evocati ma anche presenti.

 

(f) …perché il gruppo è funzionale alla realizzazione di un obiettivo che, in presenza degli altri, diventa possibile: quello di rendere possibile (“pensabile” da “Pensare il Futuro”) la realizzazione di qualcosa che altrimenti rimarrebbe confinato nella condizione di “sogno”, obiettivo anche esprimibile nella formula “strumento di neutralizzazione dell’incertezza rispetto al compito” (Zanzara, 1988).

 

 

 

Bibliografia

 

Bales, R.E.; (1960); Introduction Process Analysis: A method for the Study of Small Group, Cambridge, Addison Wesley, in: Pombeni, M.L., (1996), Orientamento scolastico e professionale, il Mulino, Bologna, Nuova Edizione.

 

Ferraro G., (2003), “Sostenere e restituire: implicazioni etiche e funzione sociale dell’agire orientativo”, in Grimaldi A. (a cura di), Profili professionali per l’orientamento: la proposta Isfol, Franco Angeli, Milano

 

Freda M, De Rosa B. Margherita G.V., (2003), Le culture dell’orientamento: scuola ed università a confronto. Giornale Italiano di Psicologia dell’Orientamento, Vol 4/2, 3-13

 

Giusti F., (1989) Statistica applicata : problemi tecnici, fonti, letture, complementi, esercitazioni, Bari, Cacucci

 

Grimaldi A. (a cura di) (2003a), I professionisti dell’orientamento. FrancoAngeli, Milano

 

Grimaldi A. (a cura di) (2003b), Orientare l’orientamento. FrancoAngeli, Milano

 

Grimaldi A. (a cura di) (2003c), Profili professionali per l’orientamento: la proposta Isfol, Franco Angeli, Milano

 

Grimaldi A. (a cura di) (2003d), Materiali per l’orientamento, quale percezione e quale diffusione. Franco Angeli, Milano

 

Grimaldi A., (2003e) , Verso un sistema di orientamento: ipotesi e prospettive di sviluppo. Professionalità 77, La Scuola, Set/Ott 2003 Brescia

 

Grimaldi A., Laudadio A. (a cura di) (2004). Orient@mento. Franco Angeli, Milano

 

Grimaldi A. (2005). Editoriale. Osservatorio Isfol. Anno XXVI volume 4

 

Guichard J., Huteau M. (2003), Psicologia dell’orientamento professionale. Teorie e pratiche per orientare la scelta negli studi e nelle professioni. Raffaello Cortina Editore. Milano

 

Pombeni M.L., (1996), Orientamento scolastico e professionale, il Mulino, Bologna, Nuova Edizione.

[1] Cfr a tale proposito Pombeni (2001) – capitolo 1- e Grimaldi (2002), Modelli e strumenti per l’orientamento

[2] A questo proposito si riportano come esempio due pratiche di bilancio di competenze. La prima, tratta dalla rassegna Isfol, a cura della fondazione Enaip – Lombardia, in cui il percorso di bilancio, nelle edizioni successive al 1988, anno della sperimentazione del progetto,  prevedeva 48 ore di gruppo a fronte di due colloqui individuali. La seconda è un percorso di bilancio di competenze Isfol – BidiComp – attualmente in fase di riprogettazione, in cui sono previsti due laboratori di gruppo all’interno di un percorso che alterna momenti di colloquio individuale ad altri di confronto con gli altri.

[3] Ci si riferisce in questo caso ad una pratica di orientamento presente nella rassegna Isfol, a cura di COSPES – Centro di Orientamento Scolastico Professionale e Sociale, pensata per la prevenzione e il disagio, che coinvolge il gruppo classe e che individua come destinatari, insieme agli studenti, anche le famiglie che vengono coinvolte a questo fine in alcuni momenti del percorso.

[4] In questa sede non si vuole entrare nel dettaglio delle definizioni proposte dalla letteratura, ma si può fare riferimento, a questo proposito, a…