Embrione e Feto: un’analisi della rappresentazione sociale

Francisco Javier Fiz Pérez, L.C. e Andrea Laudadio

 

1. Premessa

Il termine cultura deriva da “colere”, ossia: coltivare. L’etimologia pone l’accento su come la cultura non sia soltanto un esito, ma – piuttosto – un processo che, al pari di quello dell’agricoltore, richiede tempo, attenzioni e cure. La parola “cultura”, se riferita a un individuo, equivale a “istruzione” o “buona educazione”; se messa in relazione ad una Nazione a “civiltà”.

La cultura di un paese è stata l’oggetto di studio iniziale dell’antropologia. Nel suo saggio Primitive Culture (1871), Edward B. Tylor definiva la cultura (o civiltà), in ambito antropologico, come quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società.

Nel tempo, sono stati due i principali cambiamenti che hanno interessato il significato del termine. Da una parte il cambiamento dell’ampiezza e dei riferimenti che determinavano il riconoscimento (o meno) di una “unità” culturale. Si è passati da grandi gruppi sociali (nazioni o le etnie) a piccoli gruppi (clan o aziende). Dall’altro, il riconoscimento anche all’interno di una unità culturale di una certa dose di eterogeneità (sub-cultura o contro-cultura).

Questi cambiamenti hanno reso di largo uso il plurale del termine: culture. Inoltre, mentre prima la cultura era il prodotto di una società, ora è di largo uso identificare con l’espressione “cultura di…” il modo di pensare di un determinato gruppo sociale, non ulteriormente identificabile all’interno di una società.

Gonzalo Miranda (1997)[1] definisce la “cultura di…” come una determinata visione o concezione di un aspetto della vita umana, condivisa da un ampio numero di persone. Miranda, ci ricorda come, anche nei discorsi o scritti di Papa Giovanni Paolo II, siano presenti espressioni come «cultura dell’amore e della speranza»[2], «cultura del disprezzo», «cultura dell’odio», «cultura della violenza»[3], «cultura della legalità»[4], «cultura della mafia»[5], «cultura del desiderio di Dio»[6] e «cultura della morte».

2. Il collante delle culture: le rappresentazioni sociali

Il collante di una cultura – grande o piccola che sia – è rappresentato dalla condivisione dei significati che sono attribuiti al mondo e alle sue componenti, materiali e – soprattutto – immateriali, da parte dei membri che ne fanno (consciamente o inconsciamente) parte.

In pratica, all’interno di una cultura – indipendentemente dal pensiero scientifico – può con facilità formarsi una “teoria del senso comune”, ossia un modo condiviso di rappresentare un oggetto, da qui l’espressione “rappresentazione sociale”.

Ogni cultura avrà delle rappresentazioni sociali per molti e differenti aspetti della realtà, come affermano Jaspars e Fraser[7] le rappresentazioni sociali sono sociali in almeno tre sensi diversi. Infatti, riguardano la realtà sociale nel senso strutturale e culturale del sociale, sono sociali in origine, e sono ampiamente condivise, il che fa sì che diventino parte della realtà sociale stessa.

La nozione di Rappresentazione Sociale è frutto dell’intuizione di Durkheim. L’Autore, compie una distinzione tra rappresentazioni individuali e rappresentazioni collettive: mentre le prime, proprie di ciascun individuo, assumono come substrato la coscienza di ciascuno; le rappresentazioni collettive invece considerano la società nella sua totalità e corrispondono alla maniera in cui questo essere speciale, che è la società, pensa la propria esperienza[8].

Durkheim oppone le rappresentazioni collettive alle individuali, sulla base della stabilità delle prime, poiché condivise e riprodotte in maniera collettiva; e sulla base della vulnerabilità e del carattere effimero delle seconde. Secondo Durkheim:

«Se è comune a tutti, è perché è opera della comunità. Poiché non porta l’impronta di nessuna intelligenza particolare, è elaborata da un’intelligenza unica, in cui tutte le altre si incontrano e in qualche modo ne traggono alimento. Se ha più stabilità delle sensazioni o delle immagini, è perché le rappresentazioni collettive sono più stabili delle rappresentazioni individuali poiché, mentre l’individuo è sensibile anche a deboli cambiamenti che si producono nel suo ambiente interno o esterno, solo avvenimenti di una sufficiente gravità riescono a colpire l’equilibrio mentale della società»[9].

Intorno agli anni ’60 la psicologia sociale inizia ad interessarsi alle rappresentazioni sociali,la prima indagine sistematica si deve allo psicologo francese Serge Moscovici nell’opera del 1961: La psychanalyse, son image et son public. Secondo l’Autore le rappresentazioni sociali sono sistemi cognitivi con una propria logica e linguaggio, teorie o branche di conoscenza per la scoperta e l’organizzazione della realtà. Secondo Moscoviti noi percepiamo il mondo quale esso è, e tutte le nostre percezioni, idee e attribuzioni sono delle risposte a degli stimoli provenienti dall’ambiente fisico in cui viviamo. Ciò che ci distingue è il bisogno di valutare persone, animali ed oggetti correttamente per poter capire interamente la realtà[10]. Come sostiene Jodelet, le rappresentazioni vengono create dall’uomo per dare un senso alla realtà, per codificarla; permettono di sapere quali sono i legami con l’ambiente circostante[11].

Secondo Moscovici a volte l’uomo non riesce a vedere ciò che davvero sta di fronte ai suoi occhi, alcune cose divengono per lui invisibili a causa di una frammentazione preesistente della realtà, la quale fa si che solo alcune di esse siano visibili mentre le altre rimangono invisibili ad una classificazione delle persone e delle cose della realtà stessa. Inoltre, alcuni fatti dati per scontati, basilari per la comprensione e per il comportamento divengono pure illusioni.

Le rappresentazioni svolgono due ruoli: in primo luogo, esse diminuiscono il livello di differenziazione di oggetti, persone, eventi, attribuendo loro una forma precisa, assegnandoli ad una certa categoria e definendoli in modo graduale quale modello di un certo tipo, distinto e condiviso da un gruppo di persone. Anche quando un oggetto o una persona non si conformano precisamente al modello, vengono forzati ad assumere una data forma, ad entrare in una data categoria.

In secondo luogo, occorre ricordare la natura prescrittiva delle rappresentazioni, le quali si impongono agli individui e ai gruppi con un enorme forza, data dalla combinazione di una struttura che è presente prima che si inizi a pensare e di una tradizione che stabilisce cosa si debba pensare.

Si tratta di rappresentazioni trasmesse ed elaborate nel corso del tempo, che vengono condivise da molti, influenzano la vita di individui e gruppi e vengono sempre ri-pensate da ciascuno. In tal modo le rappresentazioni controllano la realtà di oggi tramite quella di ieri, grazie ad una sorta di continuità.

Da qui emerge l’immagine delle rappresentazioni come entità sociali dotate di una vita propria, in comunicazione fra loro e in continuo cambiamento nel tempo.

Le rappresentazioni ci sono imposte, frutto di elaborazioni e cambiamenti ottenute nel corso di parecchie generazioni[12].

Moscovici suppone che il ruolo fondamentale delle rappresentazioni consiste nel rendere qualcosa di inconsueto o ignoto familiare. Gli individui nell’affrontare ciò che non conoscono, tendono istintivamente ad utilizzare conoscenze già acquisite, per dare un senso a questa nuova immagine e condurla all’interno del proprio immaginario noto.

Bartlett scrive a tale proposito:

«[…] ogni volta che del materiale pensato visivamente tende ad essere rappresentativo di qualche oggetto comune, ma contiene alcune caratteristiche sconosciute alla comunità alla quale il materiale viene presentato, queste caratteristiche invariabilmente subiscono trasformazioni nella direzione del noto»[13].

Secondo Moscovici esistono due processi che generano le rappresentazioni sociali. Il primo meccanismo è l’ancoraggio, attraverso il quale idee insolite vengono ridotte a categorie ed immagini ordinarie, vengono poste in un contesto familiare. Il secondo meccanismo invece è quello di oggettivare queste idee, trasformare qualcosa di astratto in qualcosa di quasi concreto, tradurre ciò che è nella mente in qualcosa che esiste nel mondo fisico. L’ancoraggio, introduce nel proprio sistema di categorie ciò che risulta estraneo, confrontandolo con il paradigma di una categoria ritenuta adatta. L’oggetto confrontato con il paradigma di una data categoria, acquisisce le caratteristiche di quella categoria, adattandosi ad essa. Classificando ciò che non era classificabile, si diviene in grado di immaginarlo e di rappresentarlo; poiché la rappresentazione in realtà è un sistema di classificazione, di assegnazione di categorie e nomi.

Secondo Moscovici i processi di valutazione, classificazione e categorizzazione presuppongono una rappresentazione.

«Categorizzare equivale a scegliere uno dei paradigmi immagazzinati nella nostra memoria e stabilire una relazione positiva o negativa con esso […] In generale, comunque si può dire che le classificazioni sono fatte confrontando un individuo ad un prototipo generalmente considerato rappresentativo di una classe, e che il primo è definito in virtù della sua approssimazione a, o coincidenza con il secondo»[14].

Vari teorici, sviluppando la tesi di Moscovici sui processi costitutivi delle rappresentazioni sociali e sulle loro funzioni, si sono posti il problema della struttura delle rappresentazioni nonché dei loro modi di trasformazione. Jean-Claude Abric ha ipotizzato una struttura costituita da un nucleo centrale e da un sistema periferico[15]. Il nucleo centrale avrebbe sia una funzione generatrice, responsabile della creazione e dell’eventuale trasformazione della rappresentazione, che una funzione organizzatrice, come elemento che determina la natura dei legami che uniscono gli altri elementi e contribuisce ad unificarli: in tal senso il noyau central è quello che specificamente determina il significato della rappresentazione. Questa idea comporta peraltro una difficoltà: i metodi per costituire tale nucleo non sono agevoli. Gli elementi periferici, avrebbero fondamentalmente una funzione adattatrice e individualizzante: nel senso di servire da guide pratiche per la decifrazione immediata delle situazioni e quindi delle condotte relative, e di consentire di far entrare nella rappresentazione degli elementi personali[16].

La teoria delle rappresentazioni sociali come sostengono Sotirakopoulou e Breakwell è stata criticata riguardo differenti punti[17]. La definizione di rappresentazione sociale è stata considerata vaga e la funzione familiarizzante delle rappresentazioni descritta da Moscovici è stata vista come una intuizione che facilmente può essere sostituita dalla motivazione o attrazione nei confronti della novità[18]. L’evidenza empirica usata per sostenere la teoria è stata considerata insufficiente. Sotirakopoulou e Breakwell sostengono che esistano alcuni studi che hanno dato evidenza scientifica alla teoria della familiarizzazione, ai meccanismi di ancoraggio ed oggettivazione, esplorando e verificando tali funzioni; inoltre, Sotirakopoulou e Breakwell affermano che, nonostante in passato la teoria delle rappresentazioni sociali abbia investigato oggetti differenti usando metodi differenti (dando l’impressione della mancanza di un orientamento teorico comune), da circa tre decenni la teoria ha condotto un vasto corpo di ricerche.

Sotirakopoulou e Breakwell presuppongono che l’uso di differenti metodi di investigazione è l’approccio migliore per rispondere alle domande appartenenti alla teoria delle rappresentazioni sociali poiché:

«La vera natura delle rappresentazioni sociali implica la mancanza di un costrutto semplice da investigare attraverso un unico metodo, in modo soddisfacente. Invece di un semplice costrutto noi ne abbiamo uno che coinvolge idee, credenze, valori, pratiche, sensazioni, immagini, attitudini, conoscenze, comprensioni e spiegazioni»[19].

Gli Autori sostengono che lo studio delle rappresentazioni sociali necessiti l’utilizzo di metodi differenti e che non esista un unico metodo che possa soddisfare meglio degli altri le prospettive dei ricercatori. Coerentemente con altri autori[20], secondo Sotirakopoulou e Breakwell una raccolta di opinioni, una scala di atteggiamenti o una storia di vita non possono essere gli unici mezzi per raccogliere necessarie informazioni, ciascuno di questi metodi di raccolta dati non fornisce sufficienti informazioni, ma è necessario far integrare metodi differenti per una comprensione completa delle rappresentazioni.

3. La «cultura della vita» contro la «cultura della morte»

Mai, come nel secolo appena concluso, si è assistito ad una progressivo incremento dei successi della «cultura della vita». Una sempre più matura sensibilità della – cosiddetta – “opinione pubblica” si registra in relazione ai temi dell’ambiente, della pena di morte e della povertà. L’incredibile mobilitazione che segue una catastrofe naturale, anche in paesi lontani, è l’ulteriore prova di come la cultura della vita si stia diffondendo.

Paradossalmente, proprio in relazione ai temi legati all’inizio e alla fine della vita si registrano forti mobilitazioni da parte della cultura della morte.

Questa situazione ci ha spinti ad occuparci, come ricercatori, di un ambito poco esplorato in ambito scientifico, ossia la rappresentazione sociale dell’embrione e del feto. L’obiettivo del presente contributo è proprio quello di voler presentare, in forma discorsiva, una sintesi di questi studi e dei risultati che sono emersi.

Per avere una prima indicazione, abbiamo somministrato un questionario a un ampio campione, composto da 1362 soggetti di cui 691 donne (50,73%) e 671 maschi (49,27%).

Il questionario era finalizzato a esplorare la rappresentazione sociale dell’embrione e del feto. Nella prima parte del questionario, sono state presentate ai soggetti 4 caratteristiche-stimolo che contraddistinguono la vita: coscienza, vitalità, intelligenza e provare emozioni.

Ai soggetti era chiesto di ordinare 8 esseri viventi (Embrione, Feto al terzo mese, Feto al settimo mese, Neonato, Scimpanzé, Delfino, Cane, Topo e Mosca) nell’ordine che ritenevano più opportuno, indicando per primo quello più rispondente alla caratteristica-stimolo e per ultimo il meno rispondente.

 

Tabella 1 – Ordinamenti rilevati nel campione

 

Essere vivente Totale Femmina Maschio
Media P Media P Media P
Coscienza
Cane 2,51 1 2,66 1 2,29 2
Scimpanzé 2,93 2 3,20 3 2,55 3
Delfino 2,97 3 3,47 4 2,27 1
Neonato (1 mese) 3,48 4 2,92 2 4,28 4
Topo 5,61 5 6,25 7 4,70 5
Feto (settimo mese) 6,20 6 5,84 5 6,72 7
Feto (terzo mese) 6,75 7 6,23 6 7,49 8
Mosca 6,88 8 7,07 8 6,61 6
Embrione (di tre settimane) 7,61 9 7,40 9 7,90 9
Vitalità
Neonato (1 mese) 3,20 2 2,79 1 3,75 4
Cane 3,28 3 3,68 2 2,72 2
Delfino 3,08 1 3,74 3 2,17 1
Scimpanzé 4,41 4 5,10 4 3,46 3
Feto (settimo mese) 5,98 6 5,44 5 6,74 7
Topo 5,19 5 5,74 6 4,42 5
Feto (terzo mese) 6,56 8 5,90 7 7,47 8
Embrione (di tre settimane) 6,85 9 5,92 8 8,14 9
Mosca 6,46 7 6,70 9 6,13 6
Intelligenza
Cane 2,64 1 2,61 1 2,68 2
Delfino 2,73 2 3,17 3 2,10 1
Neonato (1 mese) 3,48 3 3,16 2 3,96 4
Scimpanzé 4,22 4 5,17 4 2,85 3
Topo 5,59 5 6,00 6 5,01 5
Feto (settimo mese) 6,02 6 5,70 5 6,50 6
Feto (terzo mese) 6,65 7 6,31 7 7,14 8
Mosca 7,11 8 7,46 9 6,60 7
Embrione (di tre settimane) 7,58 9 7,19 8 8,16 9
Emozioni
Neonato (1 mese) 2,50 1 1,77 1 3,43 3
Cane 3,07 2 3,28 2 2,76 1
Delfino 3,61 3 4,24 3 2,81 2
Scimpanzé 4,03 4 4,43 5 3,51 4
Feto (settimo mese) 4,74 5 4,29 4 5,32 5
Feto (terzo mese) 5,77 6 5,39 6 6,25 7
Embrione (di tre settimane) 6,29 7 5,73 7 7,00 8
Topo 6,57 8 7,17 8 5,80 6
Mosca 8,25 9 8,30 9 8,18 9

 

L’analisi della tabella di sintesi si presta ad una serie di considerazioni: in primo luogo, il neonato viene rappresentato come il maggiormente in grado di provare emozioni e vitale ma meno intelligente e cosciente di se rispetto ad un cane o ad un delfino. Un embrione è considerato meno cosciente, vitale e intelligente di un mosca (sic!).

Sia il feto di tre mesi sia di sette mesi vengono considerati come molto simili tra loro ma meno vitali, coscienti ed intelligenti di un topo.

Parallelamente, sono interessanti le differenze che si registrano tra maschi e femmine. Le femmine tendono sistematicamente a collocare in posizioni migliori il neonato, il feto e l’embrione rispetto ai maschi. Ad esempio, mentre le femmine pongono al primo posto il neonato in relazione alla capacità di provare emozioni, i maschi lo collocano al terzo posto dopo il cane e il delfino.

Ulteriori analisi dei dati hanno evidenziato che il posizionamento nella graduatoria è influenzato da alcune dimensioni socio-anagrafiche. Nello specifico: titolo di studio ed età. Con il crescere del titolo di studio aumenta la probabilità che neonato, feto ed embrione siano collocati in posizioni alte della graduatoria mentre al crescere dell’età corrisponde un posizionamento inferiore, in particolare in relazione alla vitalità e coscienza.

In altre parole, la cultura della vita sembrerebbe aver radicato molto di più nella sensibilità femminile, mentre è proprio nella sottovalutazione sistematica del valore dell’embrione (meno di una mosca) che si annida la cultura della morte.

Sempre all’interno del questionario è stato chiesto ai soggetti di indicare tre aggettivi per definire i tre stadi della vita: embrione, feto e neonato.

 

Tabella 2 – Risultati complessivi delle risposte aperte

 

  Embrione Feto Neonato
Lemmi 152 148 125
Frequenze 3745 3782 4080
Produzione: Lemmi / Soggetto 2,74 2,77 2,99
Dispersione: Frequenze /Lemmi 24,63 25,55 32,64

 

Come si evince dalla tabella di sintesi, il neonato è definito ricorrendo ad un numero inferiore di parole. Inoltre, il neonato ha un indice di produzione pari a 2,99 (praticamente, tutti i soggetti sono riusciti a produrre 3 aggettivi) mentre per embrione e feto questo indice scende – rispettivamente – a 2,74 e 2,77. In altre parole, sembrerebbe evidente che il concetto di neonato sia molto più semplice per i soggetti da definire (o per meglio dire, su cui esiste un maggior accordo sociale) mentre per embrione e feto esiste una maggiore difficoltà. Questo dato è confermato anche dall’indice di dispersione. Mentre per il neonato esiste una frequenza media per ciascun lemma pari a 32,64, questa scende a 24,63 e 25,55 per embrione e feto.

 

Tabella 3 – Lemmi più utilizzati

P Embrione Feto Neonato
Lemma N Lemma N Lemma N
Piccolo 394 Piccolo 150 Indifeso 364
Fragile 141 Movimento 118 Tenero 254
Forte 113 Bello 117 Dolce 253
Bello 110 Importante 116 Bello 222
Complesso 109 Forte 106 Piccolo 218
Indifeso 102 Delicato 87 Simpatico 91
Unico 98 Vivo 87 Inviolabile 86
Informe 92 Intoccabile 86 Persona 86
Originale 86 Persona 86 Unico 86
10° Persona 86 Unico 86 Profumato 84
11° Emozionante 63 Indifeso 84 Tenerezza 80
12° Vivo 63 Tenero 83 Caldo 72
13° Trasformazione 60 Vitale 80 Delicato 60
14° Confusione 60 Complesso 73 Fragilità 60
15° Meraviglioso 56 Piacevole 71 Insicurezza 60
16° Insieme 56 Positivo 69 Paura 60
17° Vitale 56 Dolce 64 Pace 56
18° Caos 56 Fastidio 60 Serenità 56
19° Gioioso 54 Leggero 60 Curioso 52
20° Indefinito 51 Compagnia 56 Fragile 48
21° Cellulare 48 Gioia 56 Stupendo 48
22° Circolare 48 Fragile 54 Emozionante 46
23° Fragilità 48 Gelatinoso 54 Figlio 46
24° Speranza 47 Sano 54 Libero 44
25° Piacevole 44 Caldo 51 Rosa 44
26° Bellezza 44 Formato 39 Amoroso 42
27° Importante 38 Dormiente 38 Morbido 39
28° Misterioso 37 Sottile 38 Vivace 37
29° Piccolissimo 36 Buono 37 Meraviglioso 37
30° Sano 36 Affascinante 36 Predestinato 37
31° Combattivo 36 Emozionante 36 Vitale 36
32° Incompleto 32 Paziente 36 Intelligente 36
33° Interessante 32 Vivace 35 Innocente 36
34° Purezza 31 Femmina 34 Nuovo 33
35° Inconsapevole 29 Mobile 33 Amorevole 30

 

È interessante analizzare quali siano i lemmi principali utilizzati per la definizione di embrione, feto e neonato. Mentre per embrione e feto la parola più usata è “piccolo” per il neonato questa scende al 5° posto per fare spazio a: indifeso, tenero, dolce e bello. È evidente che per il neonato la valutazione sia meno cognitiva e maggiormente emotiva. In altre parole, mentre embrione e feto (come si vede anche dagli altri termini) subiscono una valutazione fortemente centrata su aspetti valutativi (dimensioni e forma) il termine neonato riesce ad elicitare maggiormente una valutazione più legata a stati affettivi (si osservi – ad esempio – la collocazione del termine “simpatico”.

La tabella di sintesi, anche se si limita esclusivamente ai lemmi più frequenti fornisce numerosi spunti di riflessione. Ad esempio, il lemma “vivo” si colloca al 12° posto in relazione all’embrione, al 7° posto per il feto e al 52° posto per il neonato (fuori dalla tabella di sintesi). Comportamento simile avviene per il termine “vitale”. Questo fatto potrebbe significare che mentre per l’embrione e il feto alcune persone sentono il bisogno e la necessità di precisare il fatto che l’embrione e il feto siano espressioni vive e di vita per il neonato questa condizione è data per acquisita e scontata.

Il 6% dei soggetti rispondenti ha indicato tra le infinite opzioni il termine “persona” in relazione a embrione, feto e neonato. In relazione all’embrione, dalla tabella si evince come gran parte dei soggetti lo percepiscano come “complesso”, “caos”, “confusione”, “informe” sottolineandone una generale difficoltà di rappresentazione.

È implicito che anche in questa difficoltà di rappresentazione si annidi la cultura della morte. È facile poter pensare di colpire o uccidere un qualcosa di informe e poco definito per valore considerato inferiore ad una mosca.

Ma se quanto affermato fosse vero equivarrebbe a sostenere una matrice psicologica, chiaramente identificabile dietro una appartenenza alla cultura della morte.

Per cercare di dimostrarlo, abbiamo somministrato ad un campione di 400 soggetti un nuovo questionario, utilizzando una metodologia ampiamente utilizzata negli USA e denominata split-ballot. In pratica, a insaputa del soggetto rispondente sono utilizzati due questionari, per tutto identici tranne che per un aspetto oggetto della ricerca. In questo modo si può verificare se una piccola differenza possa produrre grandi differenze nei risultati delle risposte. Ovviamente, viene prestata la massima attenzione affinché i due campioni (coloro che rispondono alle due versioni del questionario) siano tra loro del tutto simili ed omogenei.

Ai due gruppi è stato presentato un questionario che differiva – per ciascuno dei due gruppi – esclusivamente per l’espressione utilizzata per indicare l’oggetto del questionario. Per un gruppo l’espressione era “aborto” per l’altro “interruzione di gravidanza”.

Il questionario, oltre che da alcune domande generiche finalizzate a distogliere l’attenzione dell’intervistato dal vero tema del questionario, prevedeva una scala composta da 10 item finalizzati ad esplorare l’atteggiamento verso l’oggetto della ricerca. Ciascun item prevedeva una scala di risposta a 4 posizioni: 1= completamente d’accordo, 2= un po’ d’accordo, 3= un po’ in disaccordo, 4= completamente in disaccordo.

In pratica, per metà del campione la scala utilizzava il termine “aborto” mentre per l’altra metà l’espressione “interruzione di gravidanza”; ai soggetti veniva chiesto di indicare il grado di accordo con quanto riportato nei diversi item. I soggetti non erano al corrente – durante la sessione di somministrazione – della finalità della ricerca. Al termine della somministrazione i soggetti sono stati informati circa la finalità della ricerca e sono state fornite le indicazioni relative alla normativa sulla privacy.

 

Tabella 4 – Differenze registrate in relazione ai due questionari

Item Tipologia del questionario Significatività
Aborto interruzione di gravidanza
Fem. Mas. Tot. Fem. Mas. Tot. Quest. G x Q
Non ho una opinione circa l’… 3,86 3,92 3,89 3,70 3,59 3,64 p<0,01 n.s.
Non mi interessa come argomento l’… 4,00 3,59 3,79 3,67 3,56 3,61 p<0,01 p<0,05
Non credo sia giusto consentire a nessuno… 2,29 1,71 1,99 1,91 2,06 1,98 n.s. p<0,01
Credo sia giusto consentire soltanto per motivi medici l’… 3,49 2,89 3,19 2,51 1,99 2,27 p<0,01 n.s.
Sono d’accordo che venga consentito alle donne di esercitare il diritto di… 1,12 1,15 1,14 1,48 1,46 1,47 p<0,01 n.s.
L’… è un diritto. Io però non vi farò mai ricorso 2,90 2,24 2,56 2,42 2,43 2,43 n.s. p<0,01
L’… è equivalente ad un omicidio 3,37 2,82 3,09 2,46 2,71 2,59 p<0,01 p<0,01
Prima di un’… una donna dovrebbe poter parlare con una autorità religiosa 3,32 3,39 3,36 3,09 3,41 3,26 n.s. p<0,01
Lo stato deve garantire il diritto all’… 1,22 1,32 1,27 1,60 1,51 1,55 p<0,05 n.s.
Lo stato dovrebbe diffondere maggiori informazioni circa le alternative possibili all’… 1,51 1,11 1,30 1,25 1,05 1,15 p<0,01 p<0,05

 

L’analisi dei dati ha evidenziato l’esistenza di differenze significative tra i due gruppi e in relazione al genere.

L’analisi della tabella di sintesi evidenzia come l’utilizzo delle due espressioni, anche se indicano lo stesso fenomeno, producano delle significative differenze nelle risposte dei soggetti. In termini generali sembrerebbe che “interruzione di gravidanza” eliciti opinioni più negative rispetto all’espressione “aborto”. Infatti, i soggetti che hanno risposto al questionario con l’espressione interruzione di gravidanza fanno registrare una maggiore contrarietà al fenomeno. La maggiore differenza si registra in relazione all’item: “Credo sia giusto consentire soltanto per motivi medici l’…” in cui la differenza tra le due medie è pari a 0,93.

La differenza tra le due espressioni ha ancora maggiore effetto sulle donne. Ad esempio, “L’interruzione di gravidanza è equivalente ad un omicidio” raccoglie un maggior consenso (Δ=0,91) rispetto alla frase “L’aborto è equivalente ad un omicidio”. Anche l’ipotesi di fare ricorso a questa pratica diminuisce (Δ=0,47) quando è utilizzata l’espressione “interruzione di gravidanza”.

La nostra interpretazione è che il termine “aborto” abbia perso completamente il contenuto emotivo e sia divenuto un termine tecnico e freddo. Usare l’espressione “interruzione di gravidanza” potrebbe aiutare la cultura della vita a facilitare la comprensione e il significato drammatico dell’azione di uccidere un embrione o un feto.

Una ultima e recente ricerca che abbiamo condotto è stata finalizzata ad esplorare proprio il sottile limite che differenzia le fasi di sviluppo di un embrione o di un feto, ovviamente, sempre in una chiave di rappresentazione sociale e non medica.

Nello specifico, la ricerca ha avuto un duplice obiettivo: da una parte esplorare quali fossero le dimensioni latenti che sottendono la differenziazione – per gli individui – di un embrione da un feto. Dall’altra è stato esplorata l’eventuale esistenti di gruppi omogenei in cui i soggetti categorizzassero i diversi stadi di sviluppo dell’embrione e del feto.

All’interno della ricerca è stata utilizzata la tecnica del card sorting. Il card sorting è una tecnica che risulta estremamente appropriata per esplorare le categorie e le modalità di categorizzazione. Letteralmente card sorting significa: “ordinare le schede” e viene utilizzata per effettuare verifiche di usabilità, risulta quindi appropriata per la individuazione delle struttura organizzativa, ad esempio, di un menù di un elettrodomestico oppure di un sito web[21].

Durante la sessione sperimentale, a ciascun soggetto veniva consegnato il gruppo di cartoncini indicante – ciascuno – una diversa immagine relativa allo sviluppo intrauterino durante la gravidanza, disposte in ordine casuale. È stato poi chiesto ai soggetti di organizzare i cartoncini secondo criteri scelti liberamente. In altre parole, ai soggetti è stato chiesto di classificare tutti i cartoncini in un numero qualsiasi di classi omogenee, da loro create in base ad un qualsiasi criterio di classificazione.

Nelle istruzioni veniva sottolineato che non si ponevano limiti al numero di classi, al numero di cartoncini all’interno di ciascuna classe e al tipo di classificazione scelta. Inoltre, il soggetto veniva invitato ad attribuire un nome descrittivo a ciascuna delle classi individuate. Tutti i cartoncini dovevano però essere classificati senza alcuna esclusione.

Lo strumento – denominato “Fasi della gravidanza” è costituito da 30 cartoncini di misura 6 x 10. Su ciascun cartoncino è riportata una immagine dello sviluppo dell’embrione o del feto.

Al termine della procedura di organizzazione dei cartoncini è stato chie-sto ai soggetti di compilare una breve scheda anagrafica. Contemporanea-mente il somministratore registrava su una apposita scheda l’organizzazione dei cartoncini realizzata dal soggetto.

 

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Figura 1 – Esempio delle immagini stimolo utilizzate

 

Il campione della ricerca è composto da 40 soggetti (20 femmine e 20 maschi) con una età media di 32 anni e 3 mesi (d.s. 4 anni e 1 mese). Tutti i soggetti risiedono nella città di Roma.

L’analisi dei dati[22] ha permesso di identificare 2 fattori che rappresentano la maggior parte della variabilità delle categorie formulate dai soggetti.

Il primo fattore fa chiaramente riferimento alle dimensioni percepite del feto o dell’embrione, mentre il secondo fattore fa riferimento ai “tratti umani” presenti nell’immagine.

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Figura 2 – Analisi delle Corrispondenze Multiple

 

Nel grafico è riportato il risultato dell’analisi delle corrispondenza multiple. Ciascuna immagine è stata numerata progressivamente sulla base del momento di sviluppo rappresentato.

L’analisi dei dati, oltre ad evidenziare le dimensioni sottese nella categorizzazione delle immagini, ha anche evidenziato (confermata da una analisi dei cluster eseguita parallelamente, ma per brevità non riportata) l’esistenza di 4 gruppi omogenei di immagini. Questa numerosità di gruppi è coerente anche con il numero medio di gruppi fatto dai soggetti (3,9).

 

Tabella 5 – Analisi dei gruppi di immagini

 

Caratteristiche Primo Secondo Terzo Quarto
Denominazione Embrionale Pre-fetale Fetale Fetale avanzato
Immagini 5

(da 1 a 5)

7

(da 6 a 12)

8

(da 13 a 20)

10

(da 21 a 30)

Centroide

(Immagine centrale del gruppo)

Settimane Da 0 a 5 Da 6 a 10 Da 11 a 16 Da 16 a 38

 

Il primo gruppo è risultato composto di immagini che fanno riferimento al primo stadio dello sviluppo. La maggior parte delle persone ha definito questo gruppo “Embrione”. Il secondo gruppo è composto da immagini del periodo tra le 6 e le 10 settimane, le immagini – secondo i soggetti – contengono stadi dello sviluppo in cui si cominciano ad intravedere dei tratti umani ma le dimensioni sono ancora ridotte. Nel terzo gruppo sono collocate le immagini tra l’undicesima e la sedicesima mentre nel quarto le restanti. La ricerca ha evidenziato alcuni aspetti di sicuro interesse. In primo luogo, i soggetti hanno difficoltà a collocare nei primi stadi immagini che presentano tratti riconducibili allo sviluppo della testa, mentre la presenza di livelli di sviluppo dei dettagli porta alla costruzione di una nuova categoria.

Al termine della prova di categorizzazione è stato chiesto ai soggetti di selezionare tra le immagini quella in cui secondo loro la legge italiana consente l’interruzione volontaria della gravidanza. I soggetti, dopo aver consultato le foto tendevano ad identificare (77,50% dei casi), l’ultima foto del primo gruppo o una delle prime del secondo gruppo.

La ricerca ha evidenziato come la categorizzazione degli stadi di sviluppo avvenga in relazione a due dimensioni: grandezza percepita e percezione dello sviluppo di tratti umani. I gruppi costituiti dai soggetti hanno come base lo stadio di sviluppo della testa e la presenza dei dettagli. Inoltre, i soggetti collocano in foto prossime alla sesta-settima settimana di sviluppo mentre – purtroppo – la normativa sull’interruzione di gravidanza (in Italia) l’autorizza fino ai tre mesi di sviluppo.

4. Conclusioni

Il percorso di ricerca, che abbiamo sommariamente presentato, ha esplorato alcuni aspetti che – in Italia – contribuiscono a costituire la rappresentazione sociale di embrione e feto.

Il primo risultato importante registrato è uno scarso effetto del termine aborto sui membri della cultura della morte. Questo termine non sembra elicitare emozioni, in qualche modo è ormai logoro. L’espressione “interruzione di gravidanza” proprio perché fa riferimento al contempo ad una azione di forza (interruzione) e un forte riferimento alla vita (gravidanza) elicita emozioni positive e sposta in modo significativo il parere delle persone. In qualche modo, è più facile per le persone, anche se appartenenti alla cultura della morte, dichiarare una opinione diversa se l’oggetto è l’interruzione di gravidanza e non l’aborto.

A nostro parere, potrebbe essere che il parere delle persone intorno al termine aborto si sia cristallizzando e impedisca mutamenti di posizione e di opinione. Utilizzare un termine diverso e più carico emotivamente potrebbe consentire uno spostamento e mutamento delle opinioni.

Un secondo risultato degno di nota è legato alla rappresentazione dell’embrione e del feto. Se le persone sono messe nella condizione di poterlo visualizzare giudicano eccessivo il termine consentito dalla legge per poter eseguire una interruzione di gravidanza. L’identificazione di tratti umani e l’aumento delle dimensioni rende difficile poter pensare che sia consentita oltre le 5 settimane di vita.

Invece, quando ci si limita a presentare la parola embrione o feto, le persone tendono a sottovalutarne la vitalità e le potenzialità. Considerare meno di una mosca il valore di un embrione consente di poter rendere pensabile l’interruzione di gravidanza o un suo uso improprio.

Sottolineiamo come in tutte le ricerche ci ha sorpreso la sensibilità femminile e come sarà probabilmente proprio da loro che verranno i nuovi e sicuri successi della cultura della vita.

 

[1] Gonzalo Miranda (1997) «Cultura della morte»: analisi di un concetto e di un dramma. In E. Sgreccia e R. L. Lucas (a cura di) Commento Interdisciplinare all’ “Evangelium Vitae”. Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano.

[2] Udienza alla Plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura, Roma 10 gen­naio 1992, in Insegnamenti XV, 1 (1992) 51.

[3] Ai docenti e studenti dell’Università di Perugia, 26 ottobre 1986, in Insegna­menti IX, 2 (1986) 1212.

[4] Discorso ai vescovi della Conferenza Episcopale Sarda in « visita ad limina », Roma 31 gennaio 1992, in Insegnamenti XV, 1 (1992) 198.

[5] Omelia nella Valle dei Templi, Agrigento 9 maggio 1993, in Insegnamenti XVI, 1 (1992) 1155.

[6] Messaggio in preparazione alla XXX Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, 8 settembre 1992, in Insegnamenti XV, 2 (1992) 133-134.

[7] Jaspars J., Fraser C. (1984), Rappresentazioni sociali, tr. it., Il Mulino 1989, p. 129.

[8] Cfr. Durkheim, E. (1968), Les formes élémentaires de la vie religieuse, Paris. trad. it. Le forme elemrntari della vita religiosa, Edizioni di comunità, Milano 1968.

[9] Cfr. Durkheim, E., ibidem, pag. 609.

[10] Cfr. Moscovici S. (1988) Notes towards a description of Social Representations in European Journal of Social Psychology., 18, pp. 211-250.

[11] Cfr. Jodelet, D. (1992), Le Rappresentazioni Sociali, Liguori, Napoli.

[12] Cfr. Moscovici S. (1981) On social representations in (Forgas J.P., a cura di). Social cognition: perspectives on everyday understanding., Academic Press, London.

Moscovici, S. (1989) Il fenomeno della rappresentazione sociale in (Farr R.M. e Moscovici S., a cura di) . Rappresentazioni sociali, Il Mulino, Bologna, 1989.

Moscovici S. (1992) Dalle rappresentazioni collettive alle rappresentazioni sociali: elementi per una storia in (Jodelet D., a cura di) .Le rappresentazioni sociali., Liguori, Napoli.

[13] Cfr. Bartlett, F.C. (1974) Remembering a study in experimental and social psychology, Cambidge, Cambridge University Press, trad it. La memoria. Studio di psicologia sperimentale, Angeli, Milano.

[14] Cfr. Moscovici S. (1988), ibidem.

[15] Cfr. Abric,J.C. (1987). Cooperation, competition et représentations sociales. Fribourg: Del Val. Beauvois,J.L. and Joule,R.V. (1981). Soumission et idéologies. Psychosociologie de la rationalisation. Paris: Presses Universitaires de France.

[16] Cfr. Amerio P. (1995) Fondamenti teorici di psicologia sociale, Il Mulino, Bologna.

[17] Cfr. Sotirakopoulou K.P., Breakwell G.M.(1992) The use of different methodological approaches in the study of social representation, Paper on Social Representation. Volume 1, Electronic version, 29-31.

[18] Cfr. Jahoda G. (1988) Critical notes and reflections on “social representation”. European Journal of Social Psychology,18, 195-209.

[19] Cfr. Sotirakopoulou K.P., Breakwell G.M.(1992), ibidem.

[20] Cfr. Verges P. (1987) A cognitive approach to economic representations. In W. Doise and S. Moscovici (Eds) Current Issues in European Social Psychology, Volume 2, Cambridge: Cambridge University Press.

[21] Cfr. Ferlazzo F. (2005). Metodi di ergonomia cognitiva. Carocci – Firenze.

[22] I dati raccolti sono stati trattati utilizzando il software Hamlet II. Il software consente, sulla base delle somministrazioni effettuate di costruire una matrice a doppia entrata in cui sia in riga sia in colonna è indicato il numero del cartoncino utilizzato nella ricerca e all’intersezione di ciascuna riga e colonna il numero di volte in cui ciascun cartoncino è stato inserito nella stessa categoria dell’altro. Ovviamente, in diagonale non è presente nessun numero. Sostituendo in diagonale il totale di ciascuna riga è possibile trasformare la matrice di co-occorrenza in una matrice di Burt. Questa matrice può essere sottoposta ad analisi delle corrispondenze multiple (ACM) attraverso il software Statistica/w. Lo scopo dell’ACM è di individuare dimensioni latenti, sottese ai dati, che sintetizzino le molteplici relazioni tra le variabili originarie.