Spiritualità e religiosità come fattori gender specifici della resilienza

 

Andrea Laudadio

(Direttore Area Ricerca & Sviluppo Eulab Consulting; a.laudadio@eulabconsulting.it)

Lavinia Mazzocchetti

(Ricercatrice presso Eulab Consulting)

 

La religione e la spiritualità sono considerati due importanti fattori di protezione nello sviluppo. Numerosi studi hanno evidenziato l’esistenza di una relazione tra le dimensioni spirituali/religiose e la resilienza. Scopo del presente contributo è quello di contribuire all’analisi dell’effetto delle differenze di genere all’interno di questa relazione. Il campione è composto da 302 soggetti di età compresa tra i 16 e i 20 anni, bilanciati per genere. Sono stati utilizzati due strumenti: il Resilience Process Questionnaire (Laudadio, Fiz Perez e Mazzocchetti, 2011) e la Religious Attitude Scale (Laudadio e D’Alessio, 2009).

I risultati hanno evidenziato per entrambi i generi una relazione tra la Reintegrazione resiliente e la Fede in Dio (che rappresenta un forte fattore protettivo). Nella vita di un adolescente (di entrambi i generi), il supporto della Fede consente un superamento resiliente degli eventi traumatici (interpretati sulla base del “volere di Dio”) e un ripristino dell’omeostasi individuale. È probabile che la stessa resilienza acquisita consenta una maggiore stabilità della Fede in Dio, all’interno di un rapporto circolare.

 

  1. Premessa

 

Affine al significato che prende in fisica (la proprietà di un corpo, tipicamente un metallo, di resistere a un urto senza spezzarsi), il termine “resilienza” in psicologia è utilizzato per indicare la capacità di un individuo di superare eventi che potrebbero condurre a conseguenze sfavorevoli (Rutter, 1993), rafforzandosi o trasformandosi (Groteberg, 1996) grazie alle sue particolari qualità mentali, di comportamento e di adattamento (Kreisler, 1996).

La resilienza, in questo modo, spiegherebbe le ragioni per le quali soggetti esposti a elevati fattori di rischio non sviluppano nel tempo comportamenti patologici (Werner e Smith, 1992), intendendo per “fattori di rischio” l’insieme delle condizioni sfavorevoli della persona o del suo ambiente (prossimale o distale), che possono essere di origine individuale (biologica o psicologica) o sociale e avere carattere continuo oppure transitorio (Nizzoli e Colli, 2004). L’esposizione a un fattore di rischio può condurre a esiti differenti (Coie, Miller-Johnson e Bagwell, 2000) e anche gli studi che prendono in considerazione più fattori di rischio contestualmente sembrerebbero confermare questa affermazione (Sameroff, Gutman e Peck, 2003).

Accanto alla presenza di fattori di rischio è importante la disponibilità di fattori di protezione (Rutter, 1985) o processi protettivi (Putton e Fortugno, 2006) che consentano: (A) la riduzione dell’impatto della condizione di rischio, (B) la riduzione della catena di reazioni negative, (C) lo stabilirsi e il mantenimento di sentimenti di autostima ed efficacia personali e (D) l’apertura a nuove opportunità di vita e di incontri (Emiliani, 1995).

Tra i diversi modelli disponibili in letteratura in tema di resilienza (Fergus e Zimmerman, 2005) di particolare interesse è quello formulato da Richardson et al. nel 1990, poi ripreso nel 1992 e 2002, che scaturisce da un approccio sistemico-relazionale. Gli Autori individuano diverse modalità di resilienza in relazione a un evento traumatico. Nello specifico, un iniziale stato di “omeostasi biopsicospirituale” è alterato dall’interazione con eventi di vita avversi e, in seguito, ripristinato dagli individui attraverso una prima fase di Distruzione e una successiva di Reintegrazione. Il termine “omeostasi biopsicospirituale” rappresenta tanto uno stato di equilibrio iniziale quanto una condizione di arrivo esprimendo, pertanto, l’adattamento mentale, fisico e spirituale a una serie di condizioni esterne, siano esse positive o negative.

Secondo il modello di Richardson l’equilibrio è continuamente esposto al rischio di alterazione da parte di eventi stressanti, avversità, opportunità e altre forme di cambiamento.

Una volta che l’equilibrio è compromesso, inizia la prima fase del processo (Distruzione), determinata dall’interazione tra eventi stressanti e fattori protettivi, questi ultimi di supporto alle persone per affrontare le difficoltà e mantenere l’omeostasi. Quando le persone hanno sviluppato o arricchito queste caratteristiche sono in grado di superare con più facilità le difficoltà che incontrano. In particolare la prima fase è caratterizzata da sentimenti come colpa, paura, perplessità, confusione e smarrimento, emozioni che possono determinare la mancanza di fiducia in se stessi o la paura di non riuscire a sviluppare le capacità necessarie per affrontare i cambiamenti (Laudadio, Mazzocchetti e Fiz Perez, 2011).

Superata la prima, prende avvio una seconda fase (Reintegrazione), in cui sono gli individui a decidere, in modo consapevole o inconsapevole, quale tipologia di reintegrazione attuare. Il modello di Richardson propone quattro possibilità per questa seconda fase:

(a) la Reintegrazione Resiliente, che si riferisce al processo di coping che determina la crescita, la conoscenza, la comprensione di se stessi e lo sviluppo delle caratteristiche resilienti;

(b) la Reintegrazione che conduce all’Omeostasi Iniziale, con cui s’intende un ritorno al passato, alla situazione precedente all’evento avverso, in cui non è prevista la crescita dell’individuo né lo sviluppo delle caratteristiche resilienti (non sempre questo tipo di reintegrazione è possibile come, ad esempio, nel caso di un danno fisico permanente o della morte di una persona cara);

(c) la Reintegrazione con Perdita, che avviene quando le persone non sono più motivate e rinunciano ad avere speranza nel futuro;

(d) la Reintegrazione Disfunzionale, che ha luogo quando le persone ricorrono a sostanze stupefacenti, a comportamenti distruttivi o ad altri mezzi per affrontare le avversità.

 

  1. Religiosità e Spiritualità

 

Fin dal primo momento gli studi sulla resilienza hanno evidenziato il ruolo della religiosità come fattore protettivo in situazioni a rischio (Gamerzy e Rutter, 1983): la religiosità e/o la spiritualità faciliterebbero la positiva percezione e interpretazione degli eventi (Fraizer, Tix e Barron, 2004).

Un tempo assunti come sinonimi, ora, nell’ambito della Psicologia delle Religioni, i termini religiosità e spiritualità hanno assunto significati distinti (Pargament, 1999; Hill et al., 2000) definibili secondo tre macro aree (Zinnbauer et al., 1999):

  1. Organizzato-Personale: la religione, come insieme di pratiche organizzate, ereditate dalla tradizione, condotte in un luogo di culto; la spiritualità, molto più personale, che consiste nella consapevolezza dell’esistenza di un più alto potere.
  2. Sostantivo-Funzionale: la religione (sostantiva), come un insieme di atti, credenze, rituali, norme etiche e simbologie relative a un essere divino e trascendente; la spiritualità (funzionale), centrata sulla natura e sul senso di eventi della vita come, ad esempio, la morte, la sofferenza o l’ingiustizia.
  3. Negativo-Positivo: la religione, associata a qualità negative (ad esempio, dogmatismo o fondamentalismo); la spiritualità, associata invece a qualità positive (ad esempio, incremento della propria autoconsapevolezza).

 

Un’altra differenziazione tra i due costrutti può essere operata adottando il concetto di “sacro” (Hill et al., 2000). Secondo un approccio “teistico”, il sacro si riferisce a Dio e alle altre figure superiori; diversamente, secondo un approccio “non teistico”, il sacro si riferisce alla realtà trascendentale, alla natura e all’interiorità. Sia la religione che la spiritualità implicano il concetto teistico di sacro, mentre la spiritualità ne comprende anche il concetto non teistico (Koenig, 1997).

I termini “religiosità” e “spiritualità” sono spesso usati dai ricercatori per fare riferimento – rispettivamente – all’aspetto più sociale o più individuale del fenomeno: partecipare alle funzioni religiose o alle attività di volontariato nella dimensione pubblica, la meditazione o la preghiera in quella individuale (Maselko e Kubzansky, 2006).

Il dibattito relativo alle prossimità e differenze tra i due termini è molto ampio e complesso. A questo proposito si rimanda il lettore interessato ad altre pubblicazioni specifiche (Laudadio e D’Alessio, 2009).

 

  1. La religiosità e la spiritualità come fattori di resilienza gender specific

 

A fronte di un evento stressante le persone che hanno fede in Dio adottano strategie di coping aggiuntive come la preghiera (Hathaway e Pargament, 1990; Koenig et al.,1999); oppure, ad esempio davanti a un evento luttuoso, fanno maggior ricorso al meaning-based coping (McIntosh, 1993) che consente di ridefinire i propri valori, chiarire quali sono le proprie priorità e conseguire importanti mete (Folkman, 1997). Questa strategia aumenta la sofferenza nel breve periodo (quando è difficile conciliare le proprie attese di fede con la sofferenza indotta da un lutto), ma produce livelli di benessere maggiori nel lungo periodo (Hall e Johnson, 2001).

Un individuo religioso ha maggiori probabilità di sperimentare una crescita individuale a seguito di un evento traumatico (Pargament, Koenig e Perez, 2000) e, spesso, questa crescita è accompagnata da uno sviluppo della propria religiosità (Park, Cohen e Murch, 1996).

Chi possiede alti livelli di spiritualità sembrerebbe avere maggiori punteggi nel benessere psicologico (Harvey, Curry e Bray, 1991; Coke, 1992; Levin, Chatters e Taylor, 1995; Chumbler, 1996), anche se non tutte le ricerche sembrano essere concordi (Anson, Antonovsky e Sagy, 1990), presumibilmente in ragione della differente operazionalizzazione dei due costrutti (Laudadio e D’Alessio, 2009).

In seguito a un evento stressante le persone con alta religiosità e/o spiritualità faranno un maggior ricorso al coping religioso e cercheranno un maggiore coinvolgimento nella comunità religiosa (Emmons, Cheung e Tehrani, 1998; Pargament, 1997), importante risorsa di supporto sociale, sia psicologico che concreto (Koenig, McCullough e Larson, 2001; Salsman et al., 2005).

Tra i fattori protettivi rispetto ai traumi di guerra, oltre alle attitudini verso la violenza, all’ideologia politica e all’appartenenza a una comunità culturale (e/o religiosa), sono collocate anche le credenze religiose (Eldebour, 1993).

Secondo Kanter (1976) i sopravvissuti alla Shoah che avevano una forte identità etnica ed erano consapevoli del loro patrimonio culturale e religioso dimostravano una minore vulnerabilità rispetto ai traumi psichici. Per le persone sopravvissute le credenze religiose avevano giocato il ruolo di fattore protettivo aiutandole a dare un significato alla loro esperienza (Newman, 1979). Risultati simili sono stati registrati rispetto ai sopravvissuti al genocidio armeno (Kalayjian e Shahinian, 1998).

Una persona religiosa, a seguito di un evento traumatico, può cessare di credere nell’esistenza di Dio o, in alternativa, iniziare a pensarlo come meno potente; ma può ugualmente accadere che, a seguito di un trauma, un individuo si converta o si avvicini alla religione per cercare delle risposte ai suoi problemi (Pargament, 1997).

Negli ultimi dieci anni è cresciuto l’interesse dei ricercatori sull’effetto protettivo della religione in adolescenza (Kim, 2008). A questo proposito, alcuni studi hanno analizzato il ruolo della religione come fattore protettivo verso i comportamenti a rischio (Regnerus, 2003). L’effetto protettivo della religione o della spiritualità è imputabile sia alla disapprovazione o proibizione di molti comportamenti a rischio sia al supporto sociale che essa può offrire (Fergus e Zimmerman, 2005).

Per quanto riguarda il genere sono state registrate numerose differenze a proposito del rapporto tra religiosità/spiritualità e benessere: ad esempio, in uno studio sulla depressione, è emerso – esclusivamente per le donne – che i sintomi depressivi tendevano a diminuire (scendendo sotto la soglia clinica) se si partecipava alle funzioni religiose (Strawbridge et al., 2001).

In alcuni casi, tra le due dimensioni, è emerso un legame più robusto per le donne (Levin e Taylor, 1993); in altri per gli uomini (Laudadio e D’Alessio, 2009). Sebbene in diversi studi sia emerso che l’effetto protettivo della religione è maggiore nelle donne, sembrano ancora poche le ricerche che si sono occupate di quest’argomento (Maselko e Kubzansky, 2006). Recentemente (Kim, 2008), la religione è stata descritta come un fattore di resilienza gender specific (vedi tabella 1).

 

TABELLA 1

Sintesi del modello di Kim (2008)

 

Variabile Definizione Maschi Femmine
Religiosità Dimensione pubblica e sociale della Fede in Dio Influenza la resilienza in modo positivo
Spiritualità Dimensione individuale e privata della Fede in Dio Influenza la resilienza in modo positivo

 

Sembrerebbe che le dimensioni della religiosità e della spiritualità riguardo la resilienza siano diverse tra maschi e femmine: nei primi è la dimensione pubblica (religiosità) a giocare un ruolo rilevante nella resilienza; per le seconde è quella privata (spiritualità).

 

  1. Obiettivo e ipotesi

 

La letteratura presentata si presta ad alcune considerazioni. La spiritualità e/o la religiosità sembrerebbero giocare un ruolo importante di protezione e di supporto allo sviluppo della resilienza diversamente tra maschi e femmine, come riportato negli studi più recenti. Rispetto al modello di Richardson, non è chiaro se le dimensioni “pubblica” e “privata” (religiosità e spiritualità) sostengano un ritorno all’omeostasi o, piuttosto, una reintegrazione resiliente.

Inoltre, anche se non è stato verificato empiricamente, sembrerebbe legittimo attendersi che, rispetto allo stile religioso degli individui (Non Credente, Credente Non Praticante o Credente Praticante), sia possibile registrare differenti livelli di resilienza.

Il presente contributo si pone due obiettivi:

  1. verificare – in un’ottica di genere – se e quale dimensione del modello di Richardson sia influenzata dalla spiritualità e dalla religiosità all’interno di un campione di adolescenti;
  2. valutare se sia possibile registrare differenze in relazione ai diversi livelli del modello di Richardson in relazione allo stile religioso degli individui.

 

Per quanto concerne il primo, l’ipotesi è che la Reintegrazione Resiliente sia influenzata per i maschi dalla Pratica Religiosa e per le femmine dalla Fede in Dio (Kim, 2008). Per il secondo, l’ipotesi è che i Non Credenti facciano registrare livelli più bassi di Reintegrazione Resiliente rispetto ai credenti.

 

  1. Metodo

 

5.1. Partecipanti

 

Il campione è composto di 302 soggetti di età compresa tra i 16 e i 20 anni (media 17 anni e 11 mesi; d.s. 11 mesi), di cui il 53,64% femmine.

Tutti i soggetti frequentano una scuola superiore. Nello specifico, il 28,48% frequenta un Istituto Professionale, il 27,81% un Istituto Tecnico, il 26,49% un Liceo Scientifico e il 12,58% un Liceo Classico (il restante 4,64% frequenta altre tipologie di scuole superiori). Il 71,20% del campione risiede nella provincia di Roma e il 28,80% nella provincia di Frosinone.

 

 

 

5.2. Procedura

 

I partecipanti sono stati selezionati tramite un campionamento accidentale di convenienza. A ciascun soggetto sono stati somministrati, in forma anonima e in modalità carta-e-matita, due strumenti e una scheda socio-anagrafica. La partecipazione alla ricerca era libera e, al termine della somministrazione, ciascun soggetto ha ricevuto un documento con le informazioni concernenti la tutela della privacy e il trattamento dei dati personali.

 

5.3. Strumenti

 

Oltre alla scheda socio-anagrafica sono stati somministrati due strumenti: il Resilience Process Questionnaire/RPQ  e le scale di Pratica Religiosa e Fede in Dio della Religious Attitude Scale/RAS.

Il Resilience Process Questionnaire (Laudadio, Fiz Perez e Mazzocchetti, 2011) è costituito da 15 item graduati su una scala Likert a cinque posizioni (da 1 = Per niente d’accordo a 5 = Del tutto d’accordo) finalizzato a indagare lo stile di resilienza dominante in relazione al Modello di Richardson della resilienza. Lo strumento è suddiviso in tre scale:

  • Reintegrazione con Perdita o Disfunzionale (RPD), composta di 6 item (ad esempio, “Gli eventi critici mi lasciano il segno”), che fa riferimento a due dimensioni del modello di Richardson: la Reintegrazione con Perdita e la Reintegrazione Disfunzionale.
  • Reintegrazione Resiliente (RR), composta di 4 item (ad esempio, “Gli eventi spiacevoli che mi capitano possono aiutarmi a maturare”), si riferisce alla consapevolezza e crescita dopo un evento spiacevole.
  • Ritorno all’Omeostasi (RO), composta di 5 item (ad esempio, “Quando mi trovo in una situazione difficile, faccio di tutto per riconquistare le forze che avevo”), fa riferimento al tentativo di ristabilire l’omeostasi da parte del soggetto.

 

La Religious Attitude Scale (Laudadio e D’Alessio, 2009) è composta di 15 item graduati su una scala Likert a 6 passi (da 1 = Per niente simile a me a 6 = Molto simile a me). È stato chiesto ai soggetti di indicare quanto ritenevano di assomigliare a un ipotetico individuo sommariamente descritto nell’item. L’obiettivo dello strumento era misurare tre dimensioni dell’atteggiamento religioso: Pratica Religiosa, Fede in Dio e Tolleranza Religiosa (Laicità). All’interno del presente studio sono state utilizzate esclusivamente le prime due dimensioni:

  • La Pratica Religiosa, composta di 5 item (ad esempio, “È importante per lui/lei frequentare regolarmente il luogo di culto della sua comunità religiosa”) fa riferimento all’atteggiamento nei confronti delle dimensioni sociali delle religione.
  • La Fede in Dio, composta di 5 item (ad esempio, “Ritiene che Dio non esista”) fa riferimento all’atteggiamento nei confronti di Dio e alla fede.

 

5.4. Analisi dei dati

 

Sono stati calcolati i punteggi di scala per ciascun soggetto riguardo alle dimensioni degli strumenti utilizzati, invertendo – quando necessario – gli item con affermazioni di senso negativo. È stato sondato il livello di attendibilità delle scale degli strumenti utilizzati attraverso il metodo dell’α di Cronbach. Sul gruppo di riferimento sono stati calcolati la media, la deviazione standard, l’indice di asimmetria e di curtosi per avere una panoramica quantitativa circa l’andamento delle diverse variabili per verificarne la sovrapponibilità con una distribuzione normale.

Per una prima analisi delle relazioni tra le tre dimensioni del RPQ e le due della RAS è stata compiuta un’analisi correlazionale (coefficiente r di Pearson). Essendo le scale interne agli strumenti correlate tra loro, è stata eseguita un’analisi della regressione lineare – metodo standard – utilizzando come predittori le dimensioni del RPQ e come variabile criterio ciascuna delle due dimensioni della RAS.

Per esplorare con maggiore accuratezza la relazione tra stile religioso e resilienza i soggetti sono stati classificati – attraverso una procedura automatizzata di clustering, con il metodo delle K medie – in tre gruppi omogenei: Non Credenti, Credenti Non Praticanti e Credenti Praticanti.

Per verificare la presenza di differenze tra questi tre gruppi rispetto alle tre dimensioni del RPQ, è stata condotta – per ciascuna dimensione – un’ANOVA avente come variabile dipendente il punteggio nelle diverse dimensioni e come variabile indipendente i tre gruppi in precedenza descritti. L’analisi dei dati è stata compiuta mediante l’utilizzo della versione 14.0 del pacchetto statistico SPSS©.

 

  1. Risultati

 

6.1. Analisi preliminari

 

L’analisi delle distribuzioni dei punteggi, in relazione sia alla simmetria sia alla curtosi, indica la sostanziale sovrapponibilità rispetto a una distribuzione gaussiana, essendo tutti i valori compresi tra 1 e -1.  Per quanto riguarda l’attendibilità, le scale del RPQ hanno valori compresi tra .791 e .793. Le due scale della RAS hanno valori compresi tra .818 e .867. Anche rispetto al genere, i risultati delle analisi preliminari sono soddisfacenti.

 

6.2. Analisi della correlazione e regressione

 

Emergono delle correlazioni significative tra alcune dimensioni del RPQ e della RAS (vedi tabella 2).

 

TABELLA 2

Correlazioni

 

Dimensione RPD RR RO
T M F T M F T M F
Pratica religiosa .149* .251* .043 .084 .049 .104 -.053 .046 -.120
Fede in Dio -.106 .039 -.295* .285* .344* .224* .227* .259* .223*

RPD = Reintegrazione con perdita o disfunzionale

RR = Reintegrazione resiliente

RO = Ritorno all’omeostasi

* Correlazione significativa per p < .01 (2 code)

 

Rispetto alla totalità dei soggetti, la Fede in Dio correla con la Reintegrazione Resiliente e Ritorno all’Omeostasi. La Pratica religiosa con la Reintegrazione con Perdita o Disfunzionale. Quest’ultima correlazione è significativa esclusivamente per i maschi, mentre per le femmine esiste una relazione inversa tra la Fede in Dio e la Reintegrazione con Perdita o Disfunzionale.

Entrambi gli strumenti presentano – al loro interno – delle correlazioni rilevanti tra le scale che li compongono e l’analisi delle correlazioni potrebbe nascondere il contributo di ciascuna dimensione nello spiegare la variabilità dei punteggi delle dimensioni correlate. Per questo motivo è stata realizzata una regressione multipla (vedi tabella 3). In conformità a quanto emerso in precedenza l’analisi è stata compiuta tenendo distinti i due generi.

 

TABELLA 3

Regressione multipla: Pratica religiosa e Fede in Dio

 

Pratica religiosa Maschi     Femmine    
B Er. Std. Beta B Er. Std. Beta
RPD .390 .111 .309* -.063 .109 -.051
RR .057 .151 .034 .476 .176 .253*
RO .221 .144 .146 -.523 .193 -.284*
R .293 .241
R2 .086 .058
R2 corretto .066 .040
Fede in

Dio

Maschi     Femmine    
B Er. Std. Beta B Er. Std. Beta
RPD .158 .088 .152 -.232 .074 -.267*
RR .397 .120 .285* .241 .120 .182*
RO .250 .114 .200* -.007 .132 -.006
R .394 .344
R2 .155 .118
R2 corretto .137 .102

RPD = Reintegrazione con perdita o disfunzionale

RR = Reintegrazione resiliente

RO = Ritorno all’omeostasi

* Significativa per p < .01

 

A proposito della Pratica Religiosa, sia per i maschi (F(3,139) = 4,27; p < 0,05) sia per le femmine (F(3,161) = 3,25; p < 0,05) il coefficiente di regressione multipla risulta significativo. Per i maschi la Pratica Religiosa è in relazione alla Reintegrazione con Perdita o Disfunzionale (β = 0,309); per le femmine con la Reintegrazione Resiliente (β = 0,253) e – inversa – con il Ritorno all’Omeostasi (β = -0,284).

Riguardo alla Fede in Dio, sia per i maschi (F(3,139) = 8,33; p < 0,05) sia per le femmine (F(3,161) = 7,07; p < 0,05) il coefficiente è significativo. Per entrambi i generi, la Fede in Dio è legata alla Reintegrazione Resiliente, ma mentre per i maschi esiste una relazione positiva con il Ritorno all’Omeostasi (β = 0,200) per le femmine si rileva una relazione inversa con la Reintegrazione con Perdita o Disfunzionale (β = -0,267).

 

6.3. Costruzione dei gruppi

 

La RAS consente – tramite clustering – di individuare gruppi di soggetti omogenei riguardo allo stile religioso (Laudadio e D’Alessio, 2009). L’analisi ha assegnato ciascun soggetto a un gruppo (vedi tabella 4).

 

TABELLA 4

Composizione dei gruppi

 

Cluster N Pratica religiosa Fede in Dio
Media Er. Std. Media Er. Std.
Credenti Praticanti 70 23,04 0,35 20,56 0,38
Non Credenti 71 9,10 0,38 11,70 0,41
Credenti Non Praticanti 161 15,52 0,26 17,06 0,22
Totale 302 15,75 0,33 16,61 0,25

 

La MANOVA (Wilks lambda = 0,229) ha evidenziato l’esistenza dell’interazione tra il fattore Gruppo e le due dimensioni di religiosità (F(4, 596) = 162,31; p < 0,01). Il primo gruppo è composto dai soggetti con alti punteggi nella Pratica Religiosa e nella Fede in Dio (Credenti Praticanti), il secondo da soggetti con bassi punteggi per entrambe le dimensioni (Non Credenti) e il terzo da soggetti con punteggi superiori alla media in relazione alla Fede in Dio ma inferiori rispetto alla Pratica Religiosa (Credenti Non Praticanti). Rispetto alla composizione, i tre gruppi non presentano differenze significative in relazione al genere (Chi2 = 5,36; g.d.l. = 2; n.s.).

 

6.4. Differenze tra i gruppi

 

Per due dimensioni l’ANOVA è significativa (si veda tabella 5): Reintegrazione con Perdita o Disfunzionale (F(2, 301) = 5,62; p < 0,05) e Reintegrazione Resiliente (F(2, 301) = 3,92; p < 0,05), mentre non lo è in relazione al Ritorno all’Omeostasi (F(2, 301)= 0,67; n.s.).

 

TABELLA 5

Gruppo religioso e Resilienza

 

Cluster RPD RR RO
Media Er. Std. Media Er. Std. Media Er. Std.
Credente Praticante 18,47A 0,53 15,20B 0,40 18,21 0,36
Non Credente 16,49B 0,73 13,92A 0,35 17,94 0,50
Credente Non Praticante 16,30B 0,31 15,04B 0,24 17,65 0,25
Totale 16,85 0,27 14,81 0,18 17,85 0,20

RPD = Reintegrazione con Perdita o Disfunzionale

RR = Reintegrazione Resiliente

RO = Ritorno all’Omeostasi

Nota: a lettera uguale in colonna corrispondo differenze non significative al Post-hoc con il metodo di Tukey HSD

 

I Credenti Praticanti hanno punteggi maggiori sulla Reintegrazione con Perdita o Disfunzionale mentre i Non Credenti hanno punteggi più bassi rispetto alla Reintegrazione Resiliente.

 

 

  1. Discussione

 

I risultati non sembrano confermare la prima ipotesi. Per i maschi la Reintegrazione Resiliente non è in relazione alla Pratica Religiosa, piuttosto è in relazione alla Fede in Dio; per le femmine, diversamente dai maschi, è in relazione a entrambe le dimensioni.

La seconda ipotesi è confermata: i Non Credenti esprimono i livelli più bassi di Reintegrazione Resiliente. È interessante evidenziare come i Credenti Praticanti facciano registrare anche i livelli più alti di Reintegrazione con Perdita o Disfunzionale. Non si registrano differenze significative in relazione al Ritorno all’Omeostasi.

 

  1. Conclusioni, limiti e sviluppi

 

Rispetto alla prima ipotesi, i risultati dello studio sono diversi rispetto a quelli registrati da Kim (2008). La Reintegrazione Resiliente è in relazione alla Pratica Religiosa solo per le femmine, mentre per entrambi i generi sembra esistere una relazione tra la Fede in Dio (spiritualità) e la Reintegrazione Resiliente. Inoltre, la forza di questa relazione (espressa dalla quota di varianza spiegata) sembrerebbe essere maggiore per i maschi rispetto alle femmine (si veda tabella 6).

 

TABELLA 6

Sintesi dei risultati della ricerca

 

Variabile Definizione Maschi Femmine
Religiosità Dimensione pubblica e sociale della Fede in Dio Influenza la reintegrazione resiliente in modo positivo
Spiritualità Dimensione individuale e privata della Fede in Dio Influenza la reintegrazione resiliente in modo positivo Influenza la reintegrazione resiliente in modo positivo

 

La diversità dei risultati è imputabile a diversi aspetti, in particolare al campione e agli strumenti di misurazione. Lo studio di Kim (2008) è stato realizzato attraverso la comparazione tra un gruppo di bambini (tra i 6 e 12 anni) che aveva subito dei maltrattamenti e un gruppo di bambini non maltrattati, quindi con un’età e un livello di sviluppo inferiore rispetto al presente studio. Purtroppo nello studio citato non sono specificate le provenienze religiose dei partecipanti, ma è probabile che non siano tutti cattolici, a differenza del campione del presente studio.

Nello studio di Kim (2008), la misurazione della religiosità è stata fatta tramite l’utilizzo di tre item estratti dalla National Survey of Children (Gunnoe e Moore, 2002). Per misurare la religiosità, è stato usato un singolo item in cui era chiesto di indicare la frequenza con cui si andava in chiesa, mentre per la spiritualità l’importanza personale attribuita alla Fede in Dio. Ridurre la religiosità alla semplice frequentazione del luogo di culto appare riduttivo e rappresenta ormai una metodologia ampiamente superata.

Rispetto alla seconda ipotesi, i risultati emersi evidenziano una sostanziale omogeneità tra i tre gruppi (Praticanti, Non Praticanti e Non Credenti) riguardo al Ritorno all’Omeostasi e differenze significative rispetto alle restanti due dimensioni. Sia i praticanti che in non praticanti esprimono maggiori livelli di Reintegrazione Resiliente. La Fede in Dio potrebbe aiutare gli individui a trovare un senso agli eventi spiacevoli e fungere da fattore protettivo (Kunst et al., 2000). Parallelamente, i Credenti praticanti hanno anche i maggiori punteggi in relazione alla Reintegrazione con Perdita o Disfunzionale. Questo dato potrebbe essere dovuto al fatto che per i maschi esiste una relazione tra la religiosità e la Reintegrazione con Perdita o Disfunzionale piuttosto forte. Per i maschi, probabilmente, il senso di colpa associato alla religiosità potrebbe spingerli a superare con meno facilità gli eventi dolorosi.

La lettura incrociata dei risultati suggerisce la possibilità di una relazione curva tra gli aspetti della religiosità e spiritualità e la resilienza. È possibile che all’incremento della religiosità aumenti anche la resilienza ma soltanto fino a un punto, poi questa inizia a decrescere.

Anche la spiritualità potrebbe essere in relazione curva con la resilienza e presentare un momento nel quale si potrebbe verificare un vero e proprio salto in corrispondenza dei soggetti credenti.  Ovviamente, se la religiosità è dipendente dalla spiritualità, questo rappresenta un elemento di complicazione poiché è difficile stabilire con esattezza il peso di ciascuna delle due dimensioni: quest’aspetto rappresenta uno dei limiti dello studio, oltre ai tradizionali limiti legati agli studi correlazionali. In qualunque caso i risultati possono essere estesi solo a adolescenti appartenenti a una cultura cattolica.

Lo studio non è in grado di fornire indicazioni circa la relazione causale tra i due costrutti; è però sostenibile che la relazione tra i due costrutti sia circolare poiché l’incremento della spiritualità sostiene lo sviluppo della resilienza che a sua volta protegge la fede dell’individuo.

Un successivo limite è legato allo strumento utilizzato: pur rappresentando l’unica scala validata nel nostro Paese, misura la Spiritualità esclusivamente nella direzione della Fede in Dio e quindi secondo un approccio teistico che non può essere esaustivo della dimensione della spiritualità (Koenig, 1997). Infatti, nella relazione tra spiritualità e resilienza, potrebbe giocare un ruolo importante la dimensione non teistica, come, ad esempio, la realtà trascendente.

Lo sviluppo della ricerca sarà orientato lungo due direzioni: da una parte, l’intento è di verificare se gli stessi risultati siano registrabili anche con campioni differenti, per età e cultura religiosa di origine; dall’altra, si vuole esplorare il ruolo del meaning-based coping (McIntosh, 1993) – e del coping in generale – come fattore di mediazione tra la religiosità/spiritualità e la resilienza.

Parallelamente, sarebbe opportuno calcolare un punteggio complessivo di scala per la resilienza e verificarne le relazioni con le dimensioni della spiritualità e religiosità, analisi che va però verificata su un nuovo campione: un eccessivo numero d’ipotesi all’interno di un disegno sperimentale correlazionale, non è consigliabile, e comporta anche un abbassamento proporzionale dei livelli di significatività dei test utilizzati.

 

Abstract

 

Religion and Spirituality are considered two important protection factors during growth. Several researches have pointed out the existence of a relation between spiritual/religious dimensions and resilience. The aim of this survey is to contribute to the analysis of the effect of gender differences within this relation. The sample was made up of 302 people aged between 16 and 20 years, equally for either gender. The tools used for the analysis were the Resilience Process Questionnaire (Laudadio et al., in press) and the Religious Attitude Scale (Laudadio and D’Alessio, 2009).

The results pointed out a connection between resilient Re-Integration and faith in God (that represents a strong protective factor) for both genders. In teen life (of either gender), the support of faith allows resilient overcoming of tragic events (considered “the will of God”) and the recovery of individual homeostasis. It is likely that the resilience acquired allows a greater steadiness of faith in God within a circular relationship.

 

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